Category: Archivio

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In questa semplice sezione potrai trovare tutti quegli articoli che non possono essere definiti propriamente meditazioni, eppure hanno una saggezza ed una profondità tali da meritare di essere ancora letti e riletti. Ma perchè? Soltanto per un motivo: perchè in essi c’è certamente qualcosa – stiamone pur certi – che può parlare al tuo cuore ed alla tua mente. 

  • Piango perchè…

    Is 49,1-6   Sal 70   Gv 13,21-33.36-38

    Siamo oramai entrati nella grande e santa settimana e così, la liturgia di questi giorni santi, ci invita sempre più a non essere solo spettatori inermi. Ci incoraggia ad assumere pienamente e consapevolmente la nostra parte di responsabilità a schierarci dalla parte della verità e dell’amore. Quelle parole brucianti del brano evangelico odierno, il Signore le dice qui ed ora, a ciascuno di noi: “Darai la tua vita per me?“ E se non sappiamo rispondere perché calde lacrime ci impediscono di proferire parole, perché insicuri, perché dubbiosi, perché distratti o perché in fondo sappiamo che il solo entusiasmo non basta; facciamo nostre le parole che Sant’Ambrogio ha sulle lacrime di mistica bellezza, siano per noi lacrime di fuoco e di luce sull’esempio del Santo Padre Domenico: “ Pietro pianse, perché ha pianto ? Perché il peccato lo ha colto di sorpresa.

    Io sono solito piangere se non riesco a peccare, cioè, se non riesco a vendicarmi, se non ottengo ciò che ingiustamente desidero: Pietro, invece, ha sofferto e pianto perché ha sbagliato come un uomo. Non leggo nel Vangelo che cosa disse, trovo soltanto che pianse. Buone sono le lacrime che lavano la colpa. Piangono coloro che Gesù guarda. Pietro ha negato una prima volta e non ha pianto, perché il Signore non lo aveva guardato. Ha negato una seconda volta, e di nuovo non ha pianto, perché ancora il Signore non aveva rivolto il suo sguardo verso di lui. Nega una terza volta: Gesù lo guardò, ed egli pianse amaramente. Guardaci, Signore Gesù, affinché noi sappiamo piangere i nostri peccati.”
     

    fr. Alfredo Scarciglia
    Convento S. Domenico, Siena

  • Mistero e mediazione

    Is 42,1-7   Sal 26   Gv 12,1-11

    E’ iniziata la grande settimana, la settimana santa. Siamo invitati a seguire gli ultimi avvenimenti della vita di Gesù, che noi chiamiamo MISTERI, perché rivelano il Mistero, ossia il piano salvifico di Dio che si realizza attraverso questi eventi. Fatti e Parole costituiscono la Rivelazione di Dio mediante Gesù di Nazareth, il MEDIATORE. Sei giorni prima della Pasqua, dice il vangelo odierno ( Gv 12, 1 – 11 ) Gesù và a Betania. Era la casa che frequentava , dove era accolto da Lazzaro, Marta e Maria e Gesù nell’inviare gli Apostoli a predicare dice di non passare di casa in casa, ma fermarsi in quella casa che verrà indicata abitata da persone degne ad ospitare gli inviati di Gesù e di mangiare quello che verrà loro offerto. Gesù anche in questo dà l’esempio!

    A Betania, nella casa dei suoi amici, fecero per lui una cena, ed ecco l’episodio di Maria che cosparse i piedi di Gesù con un profumo del cui aroma si riempi tutta la casa e le parole di Giuda con la risposta di Gesù . ” I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me “. Queste parole ci fanno pensare a quanto disse S. Caterina da Siena ai ministri sacri a riguardo dell’uso dei beni della Chiesa, dei quali bisogna farne tre parti . Per il culto, per il proprio mantenimento e per i poveri. Ci vuole come sempre la virtù del discernimento unito alla vita buona del cristiano.

    fr. Antonio Cocolicchio
    Convento S. Maria sopra Minerva, Roma

  • Non una sfilata storica

    Is 50,4-7   Sal 21   Fil 2,6-11   Mt 26,14- 27,66

    La Domenica delle palme o della passione del Signore con il suo piccolo o grande corteo in cui si rievoca l’ingresso del Signore in Gerusalemme, non è lo schieramento dell’apparato religioso. Non è la sfilata storica della gerarchia ecclesiale, non è ancora, l’azione dimostrativa dell’efficienza dimostrativa delle nostre strutture. Non è per niente il paradigma delle nostre più o meno capacità organizzative. Ma è la celebrazione gaudiosa, gloriosa, luminosa e dolorosa, anzi dolorosissima di un mistero di comunione che ci afferra e ci scuote, ci entusiasma ma anche ci fa star male. Diceva Boneffer: gli uomini vanno a Dio nella loro tribolazione, piangono per aiuto, chiedono pane. Così fanno tutti ! I cristiani invece stanno vicini a Dio nella sua sofferenza. Che differenza, l’esigenza di una vera innamorata sequela, non è ammirare il Signore, ma accompagnare il Signore, mentre si consegna alla notte più nera.

    So che Gesù è vero Dio e vero uomo, so anche che non venuto nel mondo con la pretesa che lo comprendessimo appieno. Ma come dice Santa Caterina, Cristo si è fatto ponte tra terra e cielo perché potessimo aggrapparci a Lui, afferrandoci alla sua croce e lasciandoci trasportare da Lui, verso il regno della vita. Solo la croce, questa croce che ultimamente è scomoda, fastidiosa, provocante, ebbene questa croce, dissolve ogni dubbio, è lo svelamento supremo di Dio. La croce è l’abisso dove Dio diviene il mio, il tuo , il nostro amante per sempre. Sì, perché Gesù dalla croce regna con amore, Gesù dalla croce salva per amore, Gesù dalla croce giudica nell’amore.

    Fr. Alfredo Scarciglia
    Convento San Domenico Siena

  • Non esiste riga storta per Dio

    Ez 37,21-28   Ger 31,10-13   Gv 11,45-56

    Gesù ha appena operato la risurrezione di Lazzaro e molti di quelli che hanno visto questo segno credono in lui. Anche i capi dei sacerdoti e i farisei si rendono conto che tutti crederanno in lui se si dovesse lasciare a Gesù la libertà di compiere altri segni. Ecco, allora, che decidono di ucciderlo.

                Essi sono talmente convinti di “possedere” la verità e di essere pienamente nel giusto da non curarsi minimamente dei segni che Gesù opera se non per valutarne il possibile impatto sull’ordine sociale stabilito. I segni di Gesù non costituiscono per loro motivo di riflessione sulla propria fede, ma soltanto di preoccupazione per la possibilità di ritrovarsi in una situazione di conflitto e di probabile perdita dei propri privilegi: interverranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione.

    Migliore, allora, come indica Caifa, che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!

    Fin qui la riga storta! La scrittura di Dio, la Provvidenza, è però diritta: quella indicazione, Caifa non la disse da se stesso, ma (…) profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

                Nulla sfugge alla provvidenza! Anche gli eventi peggiori, le azioni più ingiuste, hanno tutte un loro preciso posto nel piano di Dio. L’unica cosa per noi importante è stare veramente dalla parte del Signore. Infatti, san Paolo scrive che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio (Rm 8,28) e, già nell’Antico Testamento, così Giuseppe parla ai fratelli che lo hanno venduto come schiavo: Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. (…) Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio (Gen 45,5.8).
     

    fr. Maurizio Pantoli
    Casa S. Maria del Rosario in Prati, Roma

  • Io ho detto: voi siete dèi

    Ger. 20, 10-13; Sal 17 Gv 10, 31-42

    “Io ho detto: voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo” (Sal 82, 6).

    Questo versetto del Salmo 82 è l’oggetto della disputa fra Gesù e i Giudei sull’interpretazione della Scrittura, che occupa l’odierna pericope evangelica. Siamo nel periodo della Festa della Dedicazione (Hanukka), in cui l’autore del IV vangelo colloca i capitoli 10 e 11. Ai vv. 1-30 del capitolo 10 Gesù si propone come il Buon Pastore che non lascia scappare nessuna pecora a Lui affidata.

    La citazione dal Salmo 82 è utilizzata da Gesù per contestare l’accusa rivoltagli di essere un bestemmiatore: “Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio”. Ancora oggi, l’identità divina di Gesù Cristo, il Verbo di Dio, la seconda Persona della SS.ma Trinità fa difficoltà a molti, anche ai credenti: “Ma sarà stato davvero Dio?”. Anche la chiesa per il quale l’autore del IV vangelo scrive, avvertiva il bisogno di essere confermata nella fede nella divinità del Cristo e l’argomento scritturistico era decisivo per i membri di quella comunità. Ma il ragionamento di Gesù è convincente, perché oltre all’argomento scritturistico, Egli adduce quello delle opere compiute in nome del Padre, per suscitare la fede in coloro che le vedono: “Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi, ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre” (Gv 10, 38). Come Geremia, Gesù sperimenta la solitudine e l’amarezza per l’ostilità crescente attorno a lui: “Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta» (Ger. 20, 10), pur tuttavia invita i suoi interlocutori ad uscire da se stessi, ad infrangere la durezza dei loro cuori per aprirsi alla novità di Dio, che si rivela nelle opere da Lui compiute e diventare così davvero liberi.

    “Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase” (Gv 10, 40).

    Dinanzi a quest’accerrima ostilità, Gesù ritorna a Betania (non il villaggio di Lazzaro), nel luogo degli inizi della sua missione, “al di là del Giordano”, lontano da Gerusalemme, capitale politica e religiosa, chiudendo così una fase della sua missione laddove l’aveva iniziata, Quante volte nei momenti di difficoltà, soprattutto dopo aver sperimentato una sconfitta, un fallimento, siamo portati a “ricominciare da zero”, quasi a voler attingere ad una nuova nascita, che potrà davvero essere tale se ancorata alla fede in Cristo, vero Dio e vero Uomo, se ci dimostriamo disponibili ad accogliere la novità che è Cristo, come coloro che avevano ascoltato la predicazione di Giovanni e che, da essa preparati, si erano dimostrati pronti a riconosce in Gesù il volto di Dio: “Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero. E in quel luogo molti credettero in lui»”. (Gv. 10, 41-42).
     

    fr. Luciano Cinelli
    Convento S. Maria Novella, Firenze

  • Prima che Abramo fosse, Io Sono

    Gen 17, 3-9; Sal 104; Gv 8, 51-59

    Mentre ci avviciniamo sempre più alla Pasqua, oggi il Vangelo di Giovanni ci presenta la vera identità di Gesù: “Chi osserva le mie parole non vedrà mai la morte” (Gv 8, 51).

    La risposta dei giudei si trasforma in ingiuria e incredulità in quanto quelle parole furono dette a Mosè da Jahvè. Inaccettabile, blasfemo!

    Nella disputa, Abramo è il personaggio biblico continuamente portato in scena; ma mentre i giudei ne fanno uno strumento per le loro rivendicazioni nazionalistiche, Gesù ne illumina la figura mettendola in una prospettiva di universalità e di fede.
     

    Cristo, vero figlio della promessa, ha preso carne nella discendenza di Abramo e rigenerandoci nel sangue, ci ha fatti entrare nella discendenza di colui che, primo, ha creduto e si è vincolato a Dio con un’alleanza perenne in cui tutti sono inclusi, non solo il popolo eletto.
     

    Da ciò si comprende che Abramo non è mai stato un cerchio chiuso nella storia, ma uomo interamente posto al servizio delle generazioni future; ma questa sua funzione si spiega unicamente in rapporto alla missione del Cristo, vero terreno d’incontro tra l’uomo e Dio. Su questo terreno si realizza pienamente l’alleanza d’amore tra Dio e gli uomini.

    La necessaria conoscenza di Cristo permette di osservare la volontà di Dio per vivere in eterno.
     

    Fr. Maxim D’ Silva
    Convento S. Domenico, Perugia

  • Parola e libertà

    Dn 3,14-20.46-50.91-92.95; Cant. Dn 3,52-56; Gv 8,31-42

    Le narrazioni di queste ultime tre domeniche (l’incontro con la donna samaritana, con il nato cieco, con Lazzaro – “liberatelo e lasciatelo andare”) – lasciano ancora un’eco della constatazione fondamentale che ritorna anche nella liturgia della Parola di oggi: la Parola che è Gesù e le sue parole sono portatrici di liberazione e generano percorsi di libertà.

    Parole pronunciate e accompagnate da gesti che parlano di uno stile vissuto nello spazio del servizio agli altri. Esse non legano e non generano schiavitù. Oltre ad essere parole di apertura, quelle di Gesù orientano verso cammini che approdano nel profondo della vita delle donne e degli uomini che riscoprono le radici della propria libertà affrancata da blocchi politici, sociali, culturali, purtroppo finanche religiosi… Parole capaci di ricreare un tessuto di relazioni vissute e orientate verso la verità di se stessi.

    Ci si può interrogare allora sulle nostre parole pronunciate. Sono anch’esse orientate al servizio degli altri? Sono parole di apertura e capaci di restituire alle persone un respiro di liberazione? Sono le nostre parole segno di una libertà interiore? O quanto esse restano ancora segnate da sudditanza con teologie retoriche o inadeguate a generare reali percorsi di libertà? Le parole sono importanti…

    Mi permetto di indicare un suggerimento discografico ed uno bibliografico:
    Roberto Vecchioni, Il libraio di Selinunte e C. Duquoc, Gesù uomo libero, Queriniana 2007.
     

    fr. Massimiliano D’Alessandro
    Convento S. Domenico di Fiesole

  • Conoscerete che io sono

    Nm 21,4-9; Sal 101; Gv 8,21-30

    ‘Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo conoscerete che io sono’. C’è un movimento di innalzamento che percorre l’intero IV vangelo. L’innalzamento sulla croce segno della condanna. Ma questo innalzamento è letto come ‘esaltazione’: Gesù viene posto sul luogo più alto, e da lì inizierà un movimento di raduno: ‘Attirerò tutti a me’. Così il IV nel ‘segno’ della croce scorge l’unico segno a cui guardare, che parla di Dio. Nel volto del crocifisso si rivela il volto di Dio amore: ‘Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito, che sta nel seno del Padre, Egli ce lo ha raccontato’. Si compie un’esegesi. Lo ‘spessore’ della vita di Dio, il suo nome (Io sono) si manifesta nel volto del crocifisso.

    E’ il paradosso della croce : non la sostituzione di una spiritualità della gloria, dimenticando la croce stessa. Ma indicazione che proprio lì, nella vicenda di Gesù condotto a morte dal potere religioso e politico si rivela la gloria, il nome di Dio come amore, la sua ‘gloria’. In quel volto, che si è chinato a lavare i piedi ai discepoli, dicendo così il senso della sua vita, non altrove, sta la gloria di Dio e il senso della vita umana.

    Fr. Alessandro Cortesi,
    San Domenico di Pistoia

  • Chi di voi è senza peccato…

    Dn 13,1-9.15-17.19-30.33-62   Sal 22   Gv 8,1-11

    La storia della donna sorpresa in adulterio ha avuto una storia molto curiosa nella chiesa primitiva.  Alcuni pensano che, in origine, questa storia avrebbe potuto essere parte del Vangelo di Luca. Questo è perché riflette temi che sono cari a Luca, come ad esempio, la preoccupazione per i peccatori, le donne e la compassione di Gesù.

    Nell’episodio della donna sorpresa in adulterio vale la pena sottolineare e riflettere su due risposte di Gesù. In primo luogo quando si rivolge ai farisei dicendo: “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei”. Nel suo commento al Vangelo di S. Giovanni, S. Agostino scrive: “Il Signore, nella sua risposta, non è riuscito a rispettare la legge né partì dalla sua mitezza”. Con la sua risposta, Gesù obbliga gli accusatori a guardare in se stessi, per esaminarsi e in primo luogo vedere se anche loro sono peccatori. In secondo luogo, alla donna: “Neppure io ti condanno. Va’ e non peccare più”. Gesù non condanna nessuno: lui non condanna la donna, ma non condanna neppure gli scribi e i farisei, perché la porta della salvezza è aperta a tutti. Tutti vanno via, Gesù rimane da solo con la donna.”Misera et misericordia” commenta sant’Agostino. Come la donna,”tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”(Rm 3,23). Come lei, tutti noi meritiamo la morte, “perchè il salario del peccato è la morte”(Rm 6,23), ma quando Gesù entra in scena, si trasforma la nostra morte in una nuova vita che Egli ci dona con le sue parole di assoluzione:”Neppure io ti condanno Va ‘e non peccare più”.Giovanni ci ricorda:”Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”(Gv.3,17). Mentre ci prepariamo per la Settimana Santa, ringraziamo Gesù per la sua misericordia e amore e cerchiamo di ascoltare il suo invito alla donna adultera : và e non peccare più”.

    fr. Cirillo Walder
    Convento S. Maria sopra Minerva, Roma

  • Gesù pianse

    Ez 37, 12-14 ; Sal 129 ; Rm 8, 8-11 ; Gv 11, 1-45

    Il vangelo odierno presenta due generi letterari: il racconto della risurrezione di Lazzaro è intercalato da una riflessione teologica. Seguiamo il racconto. “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. — Dove l’avete posto? — Vieni e vedi. Allora Gesù pianse. Scosso nuovamente da un fremito interiore, Gesù arriva al sepolcro.” Prima il rimprovero dell’amica Marta, poi la costatazione della morte dell’amico Lazzaro, “Vieni e vedi” la tomba, provocano in Gesù il pianto e una emozione che lo immobilizzano: Gesù ha dovuto lasciar soffrire l’amico, senza poterlo guarire, senza consolarlo, senza piangere con lui. Ora piange. Gesù, Lazzaro, Marta e Maria sono dei veri amici, vivono della loro amicizia reciproca. Tutti sanno che Gesù è un uomo eccezionale e avrebbe potuto guarire Lazzaro. Ma Gesù vuol far partecipi questi amici di qualcosa di più grande che la sua umanità. E ciò passa attraverso la sofferenza.

    “Levate la pietra. — Lazzaro, vieni fuori!” La voce dell’amico Gesù raggiunge il corpo morto di Lazzaro e il Verbo, la Parola fatta carne, ridà vita alla carne del suo amico. Gesù compie un miracolo più grande che la guarigione e rivela così di esser Dio, Signore della vita e della morte. E rivela che Dio è davvero l’amico dell’uomo, e che prova un amore viscerale per ciascuno. Questo amore, che sorge dalle viscere di Dio, come dice la Bibbia, è un amore che libera e ci fa camminare sulla nostra strada, incontro al prossimo sofferente, incontro a Dio: “Scioglietelo e lasciatelo andare.”
     

    fr. Adriano Oliva