Category: Archivio

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In questa semplice sezione potrai trovare tutti quegli articoli che non possono essere definiti propriamente meditazioni, eppure hanno una saggezza ed una profondità tali da meritare di essere ancora letti e riletti. Ma perchè? Soltanto per un motivo: perchè in essi c’è certamente qualcosa – stiamone pur certi – che può parlare al tuo cuore ed alla tua mente. 

  • Chiacchieroni su Dio, capi e farisei del poco servizio e tanto giudizio o soldati che rischiano per Dio?

    Ger 11,18-20   Sal 7   Gv 7,40-53
    Tre categorie di persone animano il Vangelo di oggi. C’è la gente che discute su Gesù sino a trovarsi in dissenso sulla sua identità. Ci sono poi i capi e i farisei, anche loro divisi di fronte a questo galileano scomodo. E ci sono i soldati, che dovrebbero arrestare Gesù e non obbediscono ai comandi. Vorrei chiamare la gente che discute sull’identità di Gesù i “chiacchieroni su Dio”. Passano il loro tempo a chiedersi se è un profeta, o se è il Cristo, da dove viene, da che stirpe etc. senza andare oltre. Somigliano a noi quando ci perdiamo in riflessioni su un dio astratto che ci fa dimenticare Dio che si fa uomo, che abita in me e nei miei fratelli che devo amare!

    I capi e i farisei sono invece quelli che dimenticano il perché della loro autorità. Sono quelli del “poco servizio e tanto giudizio”. Il popolo che devono servire diventa gente maledetta solo perché non si è trasformata secondo i loro progetti. Un po’ come noi, quando non sappiamo amare chi sfugge al nostro controllo e non si adegua all’idea che noi abbiamo deciso su loro. Tanto giudizio e poco servizio. Poi ci sono i soldati: i coraggiosi della storia di oggi. Loro dovrebbero obbedire e basta, senza margine di scelta. Invece no! Sentono qualcuno che mai ha parlato così e allora per lui rischiano di perdere tutto: lavoro, fiducia, autorità. Quell’uomo parla al cuore … e loro capiscono che vale la pena rischiare per Lui.

    fr. Gian Matteo Serra
    Convento Santa Maria sopra Minerva, Roma

  • I miei tempi e i tempi di Dio

    Il Vangelo ci offre uno scenario in cui Gesù deve sopportare l’odio degli ebrei, tanto da doversi anche spostare “di nascosto”. Eppure, vediamo che anche gli sforzi per arrestarlo non portavano a nulla semplicemente perché “la sua ora non era ancora venuta”. (Gv 7:30) Tali parole avrebbero un forte impatto soprattutto per chi considera il tempo come qualcosa che deve essere controllato, gestito con attenzione, in modo tale che si possa fare molto in un determinato tempo. Questo non è un male in sé stesso. In realtà, tanti studi considerano questa caratteristica come un ingrediente molto utile ad una carriera di successo. Tuttavia, quando quella caratteristica diventa un desiderio compulsivo di ottenere la certezza essa rende inefficiente la mente. Il voler controllare tutto nella vita diventa allora tristemente l’unica sicurezza, non lasciando più spazio all’azione di Dio che ama sorprendere facendo saltare proprio le nostre certezze. A volte, quando le cose non vanno per il verso giusto, sentiamo alcune persone che ci dicono che non è ancora il tempo, o che non doveva essere in quel momento. Può sembrare irritante quando é accolto al culmine della nostra frustrazione, ma ha invece senso quando é visto nel contesto di un Dio onnisciente e provvidente che nella sua bontà nutre gli “uccelli del cielo” (Mt 6:26), e “veste l’erba del campo” (Mt 06:30). Il Vangelo di oggi ci aiuta a capire che tutto ciò che accade è secondo il piano di Dio, e che la sicurezza della nostra fede non è di sapere esattamente che cosa succederà nella nostra vita, ma nella certezza che siamo sotto la cura di un Dio amorevole anche quando tutto e tutti sembrano sfuggire al nostro controllo.

    fr. Florentino Bolo
    Convento Santa Maria  sopra Minerva, Roma

  • Gesù risorto promuove e compie la storia

     Es 32, 7-14; Sal 105; Gv 5, 31-47

    “Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me.” (Gv 5, 46) Tutti i vangeli presentano questa particolare consapevolezza di Gesù: che la Prima Alleanza, che le Scritture, che Israele parli di lui, viva verso di lui, sia orientata verso di lui attraverso i secoli. “Abramo vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia” (Gv 8, 56). “Questo disse Isaia quando vide la sua gloria e parlò di lui.” (Gv 12, 41).

    Nei vangeli sinottici Gesù trasfigurato si intrattiene personalmente con le grandi figure dell’Antica Alleanza: “Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme.” (Lc 9, 30-31)

    Per gli autori del Nuovo Testamento Gesù porta a compimento tutto quanto le Scritture promettono. Secondo Luca Gesù risorto apre l’intelligenza delle Scritture, vale a dire i sensi della rivelazione di Dio nella storia grazie alla sua “onnipresenza” nelle Scritture: “Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».” (Lc 24, 44) Secondo Luca Gesù risorto è il senso profondo dei cinque primi libri di Mosè, vale a dire anche della Genesi che racconta la creazione del cosmo, dell’uomo.

    In quest’ottica Gesù risorto si presenta come compimento, come senso profondo di tutta la creazione e dello stesso “Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.” (Rm 5, 14). In Gesù risorto crocifisso possiamo contemplare e partecipare alla realizzazione definitiva delle potenzialità di tutta l’umanità, di ogni persona, del cosmo intero.

    Questa visione dinamica della storia in realizzazione crescente verso la sua condizione gloriosa pasquale svela Gesù risorto in contatto promovente e ispirante con ogni progresso di civiltà e di ecclesialità. Gesù risorto è il più competente, potente e vicino promotore di vite umane, di popoli interi, di civiltà secolari … della mia stessa persona.

    fr. Christian-M. Steiner
    Convento S. Domenico, Cagliari

  • Io non ti dimenticherò mai

    Is 49,8-15; Sal 144; Gv 5,17-30
    Credo che il messaggio del Vangelo di oggi, in cui si parla di giudizio del Figlio dell’uomo, vada letto insieme al messaggio della prima lettura (tratta dal profeta Isaia) dove risplende la fedeltà di Dio al suo amore per gli uomini. Quante volte anche noi pensiamo che Dio ci ha dimenticato, non lo “sentiamo” più… abbiamo ridotto la fede al “sentire” emozionale!
    La parola di Dio ci rassicura che Dio è come una madre che non si dimentica del suo bambino, anzi molto di più: “io non ti dimenticherò mai”.

    Noi spesso ci dimentichiamo di questo Dio, tuttavia la nostra speranza non si regge sulla nostra fedeltà vacillante ma unicamente sulla Sua. Fedeltà che non si stanca di richiamarci a conversione, a tornare a quel primo amore, fino a quando la morte non verrà a mettere un punto sulla nostra esistenza terrena.

    Alla fine ci sarà un giudizio e coloro che sono nei sepolcri sentiranno la voce del Figlio dell’uomo: “quanti fecero il bene, per una resurrezione di vita e quanti fecero il male, per una resurrezione di condanna”.  Resurrezione sì ma l’esito non è automaticamente il medesimo: rimane il mistero della possibile auto-esclusione dall’amore fedele del Padre.
     

    fr. Simone Bellomo
    Casa S. Maria del Rosario, Roma

  • L’ospedale dell’anima

    Ez 47, 1 – 9.12; Sal 45; Gv 5, 1 – 16

    La narrazione evangelica giovannea oggi ci introduce in un ambiente impregnato di sofferenza. Troviamo infatti zoppi, infermi, ciechi e invalidi. È un ambiente oggi, che mi fa venire in mente una corsia di un ospedale. Ma a Betseda c’è anche un infermo da trentotto anni – dunque indigente da quasi una intera vita – che nessuno aiuta. È Gesù a farsi avanti e a offrire il suo aiuto. L’infermo risponde quel si disperato inconsapevolmente.

    Gesù lo risana, poi, successivamente gli raccomanda di non peccare più. Qual è il legame fra peccato e malattia? Il peccato è una malattia dell’anima, mentre l’infermità è un ammalarsi del corpo. Ma ammalarsi nell’anima significa mancare del Bene Supremo che è Dio. Gesù dunque nei confronti dell’infermo dona la Salus di Dio, che possiamo tradurre con salute e salvezza allo stesso tempo.

    Ogni guarigione vera conduce ad una salvezza in cui il Medico è Gesù che agisce nei suoi sacerdoti anche oggi. Dunque l’Ospedale dell’anima è il confessionale dove il confessore ha il grande potere di risanare e ridonare una nuova vita in Dio. Il sacramento della guarigione che otteniamo nella confessione è la prima salute che dovremmo cercare, non perché la salute corporea sia da trascurare, ma perché è l’anima salvata e risanata che può testimoniare la Presenza dell’Amore di Dio con la sua vita e dare speranza al mondo.

    Gesù dolce, Gesù amore,

    fr. Gabriele Giordano M. Scardocci
    studente nel Convento patriarcale di San Domenico, Bologna

  • Credi e tu stesso diventerai un segno

    Is 65,17-21   Sal 29   Gv 4,43-54

    Oggi nelle letture bibliche delle messe feriali della Quaresima avviene una svolta. Sino a ora i testi sono stati scelti per farci riflettere su alcuni aspetti della vita cristiana come sequela fedele di Gesù, come attuazione della sua parola, come impegno battesimale. L’attenzione era prevalentemente su di noi, per valutare la nostra corrispondenza alle proposte della parola di Dio e la nostra conformità a Cristo crocifisso e risorto.
    Con la lettura del Vangelo di Giovanni, che ci accompagna nelle rimanenti settimane, il nostro sguardo è rivolto allo stesso Gesù, per conoscerlo nei gesti e nei pensieri con i quali egli va verso la sua Pasqua e per seguirlo con riconoscente amore. Se fino a oggi le letture ci impegnavano maggiormente sul piano ascetico, da ora esse vogliono suscitare in noi uno sguardo contemplativo sul Signore.

    Nel brano odierno Gesù compie un nuovo “segno” a Cana, accogliendo la richiesta di un funzionario, “un ministro” del re Erode Antipa. Il rimprovero iniziale di Gesù è rivolto anche a noi. Quanti cristiani limitano la propria fede a una richiesta di prodigi! “Credo, Signore, nella misura in cui tu ascolti la mia preghiera, risolvi i miei problemi, fai i miracoli che ti chiedo…” Tutto il racconto tende a mettere in evidenza qual è l’unica fede che merita di essere chiamata tale: quella che si fonda sulla parola di Gesù e arriva fino all’accettazione della sua persona. In questo brano Gesù ci dice: “Credi e tu stesso diventerai un segno che gli altri possono vedere”.
     

    fr. Vincenzo Caprara
    Convento san Domenico di Fiesole

  • Una spiritualità degli occhi aperti

    1 Sam 16,1-13; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

    Un cieco dalla nascita che recupera la vista. Un dono di luce dall’esterno, ma anche una restituzione al poter vedere come luce interiore, nascosta sino a quel momento. Il cieco nato racchiude un percorso di umanità: il suo profilo si confonde con quello di ogni donna e uomo. Il suo sguardo rinato si contrappone paradossalmente a chi pretende di vedere ma non sa riconoscere la propria cecità. E’ l’incomprensione di chi, ricco di potere e sapere, anche religioso, non sa aprirsi al dono come solo lo sguardo dei poveri sa fare? La sua gioia di cieco accompagnato ad accogliere luce si contrappone all’arroganza di chi ha occhi chiusi e non si lascia smuovere e illuminare.

    L’incontro con Gesù per lui apre alla luce. E’ luce di consapevolezza di sé, di apertura al futuro, luce che fa sperare per tutti. Da questa scoperta ha inizio un cammino nuovo. Una spiritualità degli occhi aperti è spinta a rintracciare ogni luce e a darvi spazio nel profondo delle cose, nelle vicende della vita, nelle esistenze degli altri, per scoprirvi lì dentro, non fuori, la luce che illumina ogni uomo e donna che viene nel mondo.

    fr. Alessandro Cortesi
    Convento San Domenico di Pistoia

  • Taci, Signore, perchè il tuo servo ti racconta

    Os 5:15-6:06 ; Sal 50; Lc 18,9-14

    Che cos’è la preghiera ? È preghiera ‘dire qualcosa’ a Dio come un monologo ? Non è la preghiera invocare la misericordia di Dio ? La preghiera significa cose le diverse per persone diverse: Per chi è felice, la preghiera è lodare Dio, per chi è triste, la preghiera è ricercare la consolazione in Dio, per chi è nel bisogno, la preghiera è chiedere a Dio, per qualcuno che ha ricevuto qualcosa, la preghiera è ringraziare Dio, etc. Ma, in tutto questo, una cosa è comune:essere onesto davanti a Dio e riconoscere che ogni bene viene da Lui e non da noi stessi.

    Nel Vangelo di oggi, Gesù racconta la storia di due uomini che pregano nel tempio – quello andato davanti per dire a Dio quanto fosse bravo, pensando che la sua bontà e la sua giustizia fossero di propria creazione, e l’altro rimasto indietro chiedendo a Dio misericordia, riconoscendo che era un peccatore. La preghiera del fariseo era diretta a Dio, ma era auto-centrata. Ha ringraziato Dio che non era come il pubblicano, un peccatore. Il pubblicano, invece, si prostra davanti a Dio . Egli prega umilmente: “Dio, abbi pietà di me peccatore”. La preghiera del pubblicano è quella dell’umile: E’ simile a quella dei lebbrosi e del cieco (Lc 17,13; 18,38); è la preghiera che purifica e illumina. E’ una supplica con due poli: la misericordia di Dio e la miseria dell’uomo. Egli non proietta alcun merito, ma semplicemente implora Dio per misericordia. Alla fine, il Pubblicano, e non il Fariseo, va a casa sua giustificato. Ha ricevuto il favore di Dio, perché nella sua umiltà credeva che Dio può avere pietà di lui e perdonare i suoi peccati.

    Il messaggio messo oggi davanti a noi è che nessuna azione umana puo meritare il perdono misericordioso di Dio. Lo Spirito dona perdono agli umili. Dobbiamo, quindi, chiederci – Che ruolo di solito prendiamo: il Fariseo ipocrita, che enumera le sue virtù e disprezza il peccatore, o il Pubblicano pentito, che si batte il petto, pregando: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”(Lc18:13)? Il periodo di Quaresima ci invita ad avere un umile atteggiamento di fronte a Dio perché egli umilia i superbi ed esalta gli umili.

    fr. Cirillo Walder
    Convento S. Maria sopra Minerva, Roma

  • Ascoltare: ciò che precede l’amore

    Os 14,2 – 10, Sal 80; Mc 12,28b – 34
     

    Gesù viene interrogato da un dottore della Legge. Il Signore sfrutta l’occasione per dare un senso profondo al comandamento fondamentale che i farisei stessi vivevano in maniera assolutamente superficiale. Il primo comandamento o appunto il fondamentale, dice Gesù, è “Amerai il Signore Dio tuo” e “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.  Ma a dire il vero, il Signore ribadisce l’azione fondamentale che precede l’amare: l’ascoltare.

    Ascoltare, nell’originale άκουε, Amare, αγαπήσεις.

    In Dio non si può amare senza ascoltare, e viceversa ascoltare senza poi amare. Ascoltare, sinonimo di prendere insieme, implica un comprendere tutto insieme l’insegnamento di Gesù Cristo.

    La Verità tutta intera infatti si è incarnata con Lui.

    Verità dogmatiche e morali dunque sono connesse le une alle altre: scinderle significherebbe, oltre che tradire Gesù, far perdere loro di senso. Analogamente, il credo professato durante la messa va vissuto con amore nella vita quotidiana, nonostante le tentazioni e le cadute derivanti dal peccato.

    Gli ascoltatori di Gesù seppero davvero ascoltare e vivere in pienezza il messaggio evangelico.

    Essere in pienezza con Gesù sfocia in una testimonianza quotidiana, farsi cioè dono all’altro sofferente: il dono non risiede nel dono della singola opera caritatevole, certamente buona, ma nel far sentire in quell’opera la Presenza stessa di Gesù. La vicinanza del Regno di Dio con cui si chiude il brano consiste in questo: il regno che non è una monarchia terrena, ma Gesù stesso. Gesù dolce, Gesù amore,

    fr. Gabriele Giordano M. Scardocci
     studente nel Convento Patriarcale di S. Domenico, Bologna

  • Dio che soffre con noi

    Ger 7,23-28 Sal 94 Lc 11,14-23

    Gesù appare come colui che combatte il male ovunque esso si trovi. Pur liberando l’uomo dalle malattie e dai demoni, però, egli non è un semplice guaritore. La sua missione è ben più alta: salvare tutti.

    Il brano evangelico di oggi ci pone di fronte al problema del male, della sofferenza, della malattia. Quelli che trovano difficile o impossibile credere in Dio obiettano: Come può Dio amare davvero il mondo, se permette tante terribili sofferenze? Se Dio ci ama veramente, perché non elimina dal mondo guerre, povertà, fame, malattie, persecuzioni, torture e ogni male che ci affligge? Se Dio si interessa personalmente di me, perché sto così male? Perché mi sento sempre così solo? Perché non riesco a trovare lavoro? Perché la mia vita è così inutile?

    Dio ci ha liberati non eliminando la sofferenza, ma condividendola con noi. Gesù è «Dio che soffre con noi». Egli ci ha lasciato un segno, il segno della croce: segno di sofferenza e di morte, ma anche di risurrezione. Nella croce di Cristo troviamo la garanzia più evidente che Dio ci ama infinitamente e che non ci abbandonerà mai.

    Gesù è nostro compagno nella sofferenza. Se siamo poveri, sappiamo che è stato povero anche lui; se abbiamo paura, sappiamo che ha avuto paura anche lui; se veniamo percossi, sappiamo che è stato percosso anche lui; se veniamo uccisi, sappiamo che anche lui ha subito la stessa sorte. La sofferenza dei giusti non è vana: essi hanno il privilegio di essere associati all’opera redentrice di Cristo e di regnare con lui nella gloria. Quanto più acuto è il nostro dolore, tanto più egli ci stringe a sé.

    fr. Manolo Puppini
    Casa Santa Maria del Rosario, Roma