Author: administra

  • Conoscerete che io sono

    Nm 21,4-9; Sal 101; Gv 8,21-30

    ‘Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo conoscerete che io sono’. C’è un movimento di innalzamento che percorre l’intero IV vangelo. L’innalzamento sulla croce segno della condanna. Ma questo innalzamento è letto come ‘esaltazione’: Gesù viene posto sul luogo più alto, e da lì inizierà un movimento di raduno: ‘Attirerò tutti a me’. Così il IV nel ‘segno’ della croce scorge l’unico segno a cui guardare, che parla di Dio. Nel volto del crocifisso si rivela il volto di Dio amore: ‘Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito, che sta nel seno del Padre, Egli ce lo ha raccontato’. Si compie un’esegesi. Lo ‘spessore’ della vita di Dio, il suo nome (Io sono) si manifesta nel volto del crocifisso.

    E’ il paradosso della croce : non la sostituzione di una spiritualità della gloria, dimenticando la croce stessa. Ma indicazione che proprio lì, nella vicenda di Gesù condotto a morte dal potere religioso e politico si rivela la gloria, il nome di Dio come amore, la sua ‘gloria’. In quel volto, che si è chinato a lavare i piedi ai discepoli, dicendo così il senso della sua vita, non altrove, sta la gloria di Dio e il senso della vita umana.

    Fr. Alessandro Cortesi,
    San Domenico di Pistoia

  • Chi di voi è senza peccato…

    Dn 13,1-9.15-17.19-30.33-62   Sal 22   Gv 8,1-11

    La storia della donna sorpresa in adulterio ha avuto una storia molto curiosa nella chiesa primitiva.  Alcuni pensano che, in origine, questa storia avrebbe potuto essere parte del Vangelo di Luca. Questo è perché riflette temi che sono cari a Luca, come ad esempio, la preoccupazione per i peccatori, le donne e la compassione di Gesù.

    Nell’episodio della donna sorpresa in adulterio vale la pena sottolineare e riflettere su due risposte di Gesù. In primo luogo quando si rivolge ai farisei dicendo: “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei”. Nel suo commento al Vangelo di S. Giovanni, S. Agostino scrive: “Il Signore, nella sua risposta, non è riuscito a rispettare la legge né partì dalla sua mitezza”. Con la sua risposta, Gesù obbliga gli accusatori a guardare in se stessi, per esaminarsi e in primo luogo vedere se anche loro sono peccatori. In secondo luogo, alla donna: “Neppure io ti condanno. Va’ e non peccare più”. Gesù non condanna nessuno: lui non condanna la donna, ma non condanna neppure gli scribi e i farisei, perché la porta della salvezza è aperta a tutti. Tutti vanno via, Gesù rimane da solo con la donna.”Misera et misericordia” commenta sant’Agostino. Come la donna,”tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”(Rm 3,23). Come lei, tutti noi meritiamo la morte, “perchè il salario del peccato è la morte”(Rm 6,23), ma quando Gesù entra in scena, si trasforma la nostra morte in una nuova vita che Egli ci dona con le sue parole di assoluzione:”Neppure io ti condanno Va ‘e non peccare più”.Giovanni ci ricorda:”Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”(Gv.3,17). Mentre ci prepariamo per la Settimana Santa, ringraziamo Gesù per la sua misericordia e amore e cerchiamo di ascoltare il suo invito alla donna adultera : và e non peccare più”.

    fr. Cirillo Walder
    Convento S. Maria sopra Minerva, Roma

  • Gesù pianse

    Ez 37, 12-14 ; Sal 129 ; Rm 8, 8-11 ; Gv 11, 1-45

    Il vangelo odierno presenta due generi letterari: il racconto della risurrezione di Lazzaro è intercalato da una riflessione teologica. Seguiamo il racconto. “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. — Dove l’avete posto? — Vieni e vedi. Allora Gesù pianse. Scosso nuovamente da un fremito interiore, Gesù arriva al sepolcro.” Prima il rimprovero dell’amica Marta, poi la costatazione della morte dell’amico Lazzaro, “Vieni e vedi” la tomba, provocano in Gesù il pianto e una emozione che lo immobilizzano: Gesù ha dovuto lasciar soffrire l’amico, senza poterlo guarire, senza consolarlo, senza piangere con lui. Ora piange. Gesù, Lazzaro, Marta e Maria sono dei veri amici, vivono della loro amicizia reciproca. Tutti sanno che Gesù è un uomo eccezionale e avrebbe potuto guarire Lazzaro. Ma Gesù vuol far partecipi questi amici di qualcosa di più grande che la sua umanità. E ciò passa attraverso la sofferenza.

    “Levate la pietra. — Lazzaro, vieni fuori!” La voce dell’amico Gesù raggiunge il corpo morto di Lazzaro e il Verbo, la Parola fatta carne, ridà vita alla carne del suo amico. Gesù compie un miracolo più grande che la guarigione e rivela così di esser Dio, Signore della vita e della morte. E rivela che Dio è davvero l’amico dell’uomo, e che prova un amore viscerale per ciascuno. Questo amore, che sorge dalle viscere di Dio, come dice la Bibbia, è un amore che libera e ci fa camminare sulla nostra strada, incontro al prossimo sofferente, incontro a Dio: “Scioglietelo e lasciatelo andare.”
     

    fr. Adriano Oliva

  • Chiacchieroni su Dio, capi e farisei del poco servizio e tanto giudizio o soldati che rischiano per Dio?

    Ger 11,18-20   Sal 7   Gv 7,40-53
    Tre categorie di persone animano il Vangelo di oggi. C’è la gente che discute su Gesù sino a trovarsi in dissenso sulla sua identità. Ci sono poi i capi e i farisei, anche loro divisi di fronte a questo galileano scomodo. E ci sono i soldati, che dovrebbero arrestare Gesù e non obbediscono ai comandi. Vorrei chiamare la gente che discute sull’identità di Gesù i “chiacchieroni su Dio”. Passano il loro tempo a chiedersi se è un profeta, o se è il Cristo, da dove viene, da che stirpe etc. senza andare oltre. Somigliano a noi quando ci perdiamo in riflessioni su un dio astratto che ci fa dimenticare Dio che si fa uomo, che abita in me e nei miei fratelli che devo amare!

    I capi e i farisei sono invece quelli che dimenticano il perché della loro autorità. Sono quelli del “poco servizio e tanto giudizio”. Il popolo che devono servire diventa gente maledetta solo perché non si è trasformata secondo i loro progetti. Un po’ come noi, quando non sappiamo amare chi sfugge al nostro controllo e non si adegua all’idea che noi abbiamo deciso su loro. Tanto giudizio e poco servizio. Poi ci sono i soldati: i coraggiosi della storia di oggi. Loro dovrebbero obbedire e basta, senza margine di scelta. Invece no! Sentono qualcuno che mai ha parlato così e allora per lui rischiano di perdere tutto: lavoro, fiducia, autorità. Quell’uomo parla al cuore … e loro capiscono che vale la pena rischiare per Lui.

    fr. Gian Matteo Serra
    Convento Santa Maria sopra Minerva, Roma

  • I miei tempi e i tempi di Dio

    Il Vangelo ci offre uno scenario in cui Gesù deve sopportare l’odio degli ebrei, tanto da doversi anche spostare “di nascosto”. Eppure, vediamo che anche gli sforzi per arrestarlo non portavano a nulla semplicemente perché “la sua ora non era ancora venuta”. (Gv 7:30) Tali parole avrebbero un forte impatto soprattutto per chi considera il tempo come qualcosa che deve essere controllato, gestito con attenzione, in modo tale che si possa fare molto in un determinato tempo. Questo non è un male in sé stesso. In realtà, tanti studi considerano questa caratteristica come un ingrediente molto utile ad una carriera di successo. Tuttavia, quando quella caratteristica diventa un desiderio compulsivo di ottenere la certezza essa rende inefficiente la mente. Il voler controllare tutto nella vita diventa allora tristemente l’unica sicurezza, non lasciando più spazio all’azione di Dio che ama sorprendere facendo saltare proprio le nostre certezze. A volte, quando le cose non vanno per il verso giusto, sentiamo alcune persone che ci dicono che non è ancora il tempo, o che non doveva essere in quel momento. Può sembrare irritante quando é accolto al culmine della nostra frustrazione, ma ha invece senso quando é visto nel contesto di un Dio onnisciente e provvidente che nella sua bontà nutre gli “uccelli del cielo” (Mt 6:26), e “veste l’erba del campo” (Mt 06:30). Il Vangelo di oggi ci aiuta a capire che tutto ciò che accade è secondo il piano di Dio, e che la sicurezza della nostra fede non è di sapere esattamente che cosa succederà nella nostra vita, ma nella certezza che siamo sotto la cura di un Dio amorevole anche quando tutto e tutti sembrano sfuggire al nostro controllo.

    fr. Florentino Bolo
    Convento Santa Maria  sopra Minerva, Roma

  • Gesù risorto promuove e compie la storia

     Es 32, 7-14; Sal 105; Gv 5, 31-47

    “Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me.” (Gv 5, 46) Tutti i vangeli presentano questa particolare consapevolezza di Gesù: che la Prima Alleanza, che le Scritture, che Israele parli di lui, viva verso di lui, sia orientata verso di lui attraverso i secoli. “Abramo vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia” (Gv 8, 56). “Questo disse Isaia quando vide la sua gloria e parlò di lui.” (Gv 12, 41).

    Nei vangeli sinottici Gesù trasfigurato si intrattiene personalmente con le grandi figure dell’Antica Alleanza: “Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme.” (Lc 9, 30-31)

    Per gli autori del Nuovo Testamento Gesù porta a compimento tutto quanto le Scritture promettono. Secondo Luca Gesù risorto apre l’intelligenza delle Scritture, vale a dire i sensi della rivelazione di Dio nella storia grazie alla sua “onnipresenza” nelle Scritture: “Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».” (Lc 24, 44) Secondo Luca Gesù risorto è il senso profondo dei cinque primi libri di Mosè, vale a dire anche della Genesi che racconta la creazione del cosmo, dell’uomo.

    In quest’ottica Gesù risorto si presenta come compimento, come senso profondo di tutta la creazione e dello stesso “Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.” (Rm 5, 14). In Gesù risorto crocifisso possiamo contemplare e partecipare alla realizzazione definitiva delle potenzialità di tutta l’umanità, di ogni persona, del cosmo intero.

    Questa visione dinamica della storia in realizzazione crescente verso la sua condizione gloriosa pasquale svela Gesù risorto in contatto promovente e ispirante con ogni progresso di civiltà e di ecclesialità. Gesù risorto è il più competente, potente e vicino promotore di vite umane, di popoli interi, di civiltà secolari … della mia stessa persona.

    fr. Christian-M. Steiner
    Convento S. Domenico, Cagliari

  • Io non ti dimenticherò mai

    Is 49,8-15; Sal 144; Gv 5,17-30
    Credo che il messaggio del Vangelo di oggi, in cui si parla di giudizio del Figlio dell’uomo, vada letto insieme al messaggio della prima lettura (tratta dal profeta Isaia) dove risplende la fedeltà di Dio al suo amore per gli uomini. Quante volte anche noi pensiamo che Dio ci ha dimenticato, non lo “sentiamo” più… abbiamo ridotto la fede al “sentire” emozionale!
    La parola di Dio ci rassicura che Dio è come una madre che non si dimentica del suo bambino, anzi molto di più: “io non ti dimenticherò mai”.

    Noi spesso ci dimentichiamo di questo Dio, tuttavia la nostra speranza non si regge sulla nostra fedeltà vacillante ma unicamente sulla Sua. Fedeltà che non si stanca di richiamarci a conversione, a tornare a quel primo amore, fino a quando la morte non verrà a mettere un punto sulla nostra esistenza terrena.

    Alla fine ci sarà un giudizio e coloro che sono nei sepolcri sentiranno la voce del Figlio dell’uomo: “quanti fecero il bene, per una resurrezione di vita e quanti fecero il male, per una resurrezione di condanna”.  Resurrezione sì ma l’esito non è automaticamente il medesimo: rimane il mistero della possibile auto-esclusione dall’amore fedele del Padre.
     

    fr. Simone Bellomo
    Casa S. Maria del Rosario, Roma

  • L’ospedale dell’anima

    Ez 47, 1 – 9.12; Sal 45; Gv 5, 1 – 16

    La narrazione evangelica giovannea oggi ci introduce in un ambiente impregnato di sofferenza. Troviamo infatti zoppi, infermi, ciechi e invalidi. È un ambiente oggi, che mi fa venire in mente una corsia di un ospedale. Ma a Betseda c’è anche un infermo da trentotto anni – dunque indigente da quasi una intera vita – che nessuno aiuta. È Gesù a farsi avanti e a offrire il suo aiuto. L’infermo risponde quel si disperato inconsapevolmente.

    Gesù lo risana, poi, successivamente gli raccomanda di non peccare più. Qual è il legame fra peccato e malattia? Il peccato è una malattia dell’anima, mentre l’infermità è un ammalarsi del corpo. Ma ammalarsi nell’anima significa mancare del Bene Supremo che è Dio. Gesù dunque nei confronti dell’infermo dona la Salus di Dio, che possiamo tradurre con salute e salvezza allo stesso tempo.

    Ogni guarigione vera conduce ad una salvezza in cui il Medico è Gesù che agisce nei suoi sacerdoti anche oggi. Dunque l’Ospedale dell’anima è il confessionale dove il confessore ha il grande potere di risanare e ridonare una nuova vita in Dio. Il sacramento della guarigione che otteniamo nella confessione è la prima salute che dovremmo cercare, non perché la salute corporea sia da trascurare, ma perché è l’anima salvata e risanata che può testimoniare la Presenza dell’Amore di Dio con la sua vita e dare speranza al mondo.

    Gesù dolce, Gesù amore,

    fr. Gabriele Giordano M. Scardocci
    studente nel Convento patriarcale di San Domenico, Bologna

  • Credi e tu stesso diventerai un segno

    Is 65,17-21   Sal 29   Gv 4,43-54

    Oggi nelle letture bibliche delle messe feriali della Quaresima avviene una svolta. Sino a ora i testi sono stati scelti per farci riflettere su alcuni aspetti della vita cristiana come sequela fedele di Gesù, come attuazione della sua parola, come impegno battesimale. L’attenzione era prevalentemente su di noi, per valutare la nostra corrispondenza alle proposte della parola di Dio e la nostra conformità a Cristo crocifisso e risorto.
    Con la lettura del Vangelo di Giovanni, che ci accompagna nelle rimanenti settimane, il nostro sguardo è rivolto allo stesso Gesù, per conoscerlo nei gesti e nei pensieri con i quali egli va verso la sua Pasqua e per seguirlo con riconoscente amore. Se fino a oggi le letture ci impegnavano maggiormente sul piano ascetico, da ora esse vogliono suscitare in noi uno sguardo contemplativo sul Signore.

    Nel brano odierno Gesù compie un nuovo “segno” a Cana, accogliendo la richiesta di un funzionario, “un ministro” del re Erode Antipa. Il rimprovero iniziale di Gesù è rivolto anche a noi. Quanti cristiani limitano la propria fede a una richiesta di prodigi! “Credo, Signore, nella misura in cui tu ascolti la mia preghiera, risolvi i miei problemi, fai i miracoli che ti chiedo…” Tutto il racconto tende a mettere in evidenza qual è l’unica fede che merita di essere chiamata tale: quella che si fonda sulla parola di Gesù e arriva fino all’accettazione della sua persona. In questo brano Gesù ci dice: “Credi e tu stesso diventerai un segno che gli altri possono vedere”.
     

    fr. Vincenzo Caprara
    Convento san Domenico di Fiesole

  • Una spiritualità degli occhi aperti

    1 Sam 16,1-13; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

    Un cieco dalla nascita che recupera la vista. Un dono di luce dall’esterno, ma anche una restituzione al poter vedere come luce interiore, nascosta sino a quel momento. Il cieco nato racchiude un percorso di umanità: il suo profilo si confonde con quello di ogni donna e uomo. Il suo sguardo rinato si contrappone paradossalmente a chi pretende di vedere ma non sa riconoscere la propria cecità. E’ l’incomprensione di chi, ricco di potere e sapere, anche religioso, non sa aprirsi al dono come solo lo sguardo dei poveri sa fare? La sua gioia di cieco accompagnato ad accogliere luce si contrappone all’arroganza di chi ha occhi chiusi e non si lascia smuovere e illuminare.

    L’incontro con Gesù per lui apre alla luce. E’ luce di consapevolezza di sé, di apertura al futuro, luce che fa sperare per tutti. Da questa scoperta ha inizio un cammino nuovo. Una spiritualità degli occhi aperti è spinta a rintracciare ogni luce e a darvi spazio nel profondo delle cose, nelle vicende della vita, nelle esistenze degli altri, per scoprirvi lì dentro, non fuori, la luce che illumina ogni uomo e donna che viene nel mondo.

    fr. Alessandro Cortesi
    Convento San Domenico di Pistoia