
Ho pregato, Signore, perché ci sia la pace. Quella pace che abbatte i muri, le frontiere. Quella pace che accende la speranza.
L’Ordine dei frati predicatori, fondato da S. Domenico, “fin dalle sue origini è noto esser stato istituito in modo specifico per la predicazione e la salvezza delle anime”. Perciò i nostri frati, secondo l’insegnamento del fondatore, “ovunque, come persone che desiderano procurare la propria e l’altrui salvezza, si comportino onestamente e religiosamente, da uomini evangelici che, seguendo le orme del loro Salvatore, parlano con Dio o di Dio al prossimo” (Prime Costituzioni dell’Ordine).
Infatti, partecipi della missione degli Apostoli, ne seguiamo anche la vita nella forma concepita da S. Domenico. Tutte le note caratteristiche della nostra vita (vita comune, osservanza dei consigli evangelici, liturgia in comune, studio, osservanza regolare) non solo contribuiscono alla gloria di Dio e alla nostra santificazione, ma servono anche direttamente alla salvezza degli uomini, in quanto tutte insieme ci preparano e stimolano alla predicazione, a cui danno, e dalla quale a loro volta ricevono, vigore di vita.
Da questi elementi saldamente connessi tra loro, è costituita la vita propria dell’Ordine, cioè la vita apostolica nel suo significato integrale, in cui la predicazione e l’insegnamento devono sgorgare dall’abbondanza della contemplazione.
(Cfr. Costituzione fondamentale, n. 2, 4)


Ho pregato, Signore, perché ci sia la pace. Quella pace che abbatte i muri, le frontiere. Quella pace che accende la speranza.

Giorgio La Pira (1904 –1977), docente di Diritto Romano, uomo politico, membro dell’Assemblea Costituente, parlamentare italiano, sindaco di Firenze, operatore di giustizia, di pace e di carità, Servo di Dio, ha avuto con il convento di San Marco in Firenze un rapporto privilegiato. Vi abitò infatti dal 1936 al 1944 condividendo la vita con la comunità e in seguito, costretto a lasciarlo per motivi di salute, mantenne con esso sempre uno stretto rapporto fino a dichiarare in una lettera, riferendosi al convento di San Marco: «è la mia sola casa terrena e la cella n° 6 è la mia sola cella terrena: la porto nel cuore, sempre!». Come si spiega che un uomo dalla vita così impegnata culturalmente, socialmente e politicamente volesse vivere in un convento e perché poi il convento di San Marco?


Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo, ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi…

Cari fratelli e sorelle!
Nella seconda Lettura di questa solennità di Santa Caterina da Siena, San Paolo ci permette di guardare in profondità il suo cuore e ci mostra la più profonda dimensione del suo apostolato: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo.”

Reginaldo da Piperno (Raynaldus de Piperno) nacque nella prima metà del Duecento (si ignora l’anno) sicuramente a Priverno dal momento che, non essendoci ancora in quel luogo un convento domenicano, il toponimo non potrebbe riferirsi al convento di affiliazione. In ogni caso, era molto più giovane di Tommaso d’Aquino, nato intorno al 1226 (del quale fu efficace collaboratore e fedele compagno, «socius continuus»), visto che nella dedica del Compendium theologiae Tommaso si rivolge a lui con l’appellativo di «filius carissimus».


Grazie, Signore, per i fiori dei prati, per il vento, per il mare, per lo splendore dei campi di frumento.

È veramente evento unico il giorno solenne di Pasqua nella nostra vicenda terrena. In esso celebriamo e rinnoviamo il memoriale della Risurrezione del Signore; in esso siamo condotti alla comunione di vita con il risorto nel sacramento del suo Corpo e Sangue, dopo aver accolto la sua parola e rinnovato il patto dell’Alleanza nelle promesse battesimali. Nella Risurrezione di Gesù siamo stati ri-creati per essere partecipi della sua stessa Vita.


O mio Dio! Se ti ho adorato per paura dell’inferno, bruciami nel suo fuoco. Se ti ho adorato per speranza del paradiso, privami di esso.