Category: Predicazione

L’Ordine dei frati predicatori, fondato da S. Domenico, “fin dalle sue origini è noto esser stato istituito in modo specifico per la predicazione e la salvezza delle anime”. Perciò i nostri frati, secondo l’insegnamento del fondatore, “ovunque, come persone che desiderano procurare la propria e l’altrui salvezza, si comportino onestamente e religiosamente, da uomini evangelici che, seguendo le orme del loro Salvatore, parlano con Dio o di Dio al prossimo” (Prime Costituzioni dell’Ordine).

Infatti, partecipi della missione degli Apostoli, ne seguiamo anche la vita nella forma concepita da S. Domenico. Tutte le note caratteristiche della nostra vita (vita comune, osservanza dei consigli evangelici, liturgia in comune, studio, osservanza regolare) non solo contribuiscono alla gloria di Dio e alla nostra santificazione, ma servono anche direttamente alla salvezza degli uomini, in quanto tutte insieme ci preparano e stimolano alla predicazione, a cui danno, e dalla quale a loro volta ricevono, vigore di vita.

Da questi elementi saldamente connessi tra loro, è costituita la vita propria dell’Ordine, cioè la vita apostolica nel suo significato integrale, in cui la predicazione e l’insegnamento devono sgorgare dall’abbondanza della contemplazione.

(Cfr. Costituzione fondamentale, n. 2, 4)

  • Io ho detto: voi siete dèi

    Ger. 20, 10-13; Sal 17 Gv 10, 31-42

    “Io ho detto: voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo” (Sal 82, 6).

    Questo versetto del Salmo 82 è l’oggetto della disputa fra Gesù e i Giudei sull’interpretazione della Scrittura, che occupa l’odierna pericope evangelica. Siamo nel periodo della Festa della Dedicazione (Hanukka), in cui l’autore del IV vangelo colloca i capitoli 10 e 11. Ai vv. 1-30 del capitolo 10 Gesù si propone come il Buon Pastore che non lascia scappare nessuna pecora a Lui affidata.

    La citazione dal Salmo 82 è utilizzata da Gesù per contestare l’accusa rivoltagli di essere un bestemmiatore: “Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio”. Ancora oggi, l’identità divina di Gesù Cristo, il Verbo di Dio, la seconda Persona della SS.ma Trinità fa difficoltà a molti, anche ai credenti: “Ma sarà stato davvero Dio?”. Anche la chiesa per il quale l’autore del IV vangelo scrive, avvertiva il bisogno di essere confermata nella fede nella divinità del Cristo e l’argomento scritturistico era decisivo per i membri di quella comunità. Ma il ragionamento di Gesù è convincente, perché oltre all’argomento scritturistico, Egli adduce quello delle opere compiute in nome del Padre, per suscitare la fede in coloro che le vedono: “Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi, ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre” (Gv 10, 38). Come Geremia, Gesù sperimenta la solitudine e l’amarezza per l’ostilità crescente attorno a lui: “Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: «Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta» (Ger. 20, 10), pur tuttavia invita i suoi interlocutori ad uscire da se stessi, ad infrangere la durezza dei loro cuori per aprirsi alla novità di Dio, che si rivela nelle opere da Lui compiute e diventare così davvero liberi.

    “Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase” (Gv 10, 40).

    Dinanzi a quest’accerrima ostilità, Gesù ritorna a Betania (non il villaggio di Lazzaro), nel luogo degli inizi della sua missione, “al di là del Giordano”, lontano da Gerusalemme, capitale politica e religiosa, chiudendo così una fase della sua missione laddove l’aveva iniziata, Quante volte nei momenti di difficoltà, soprattutto dopo aver sperimentato una sconfitta, un fallimento, siamo portati a “ricominciare da zero”, quasi a voler attingere ad una nuova nascita, che potrà davvero essere tale se ancorata alla fede in Cristo, vero Dio e vero Uomo, se ci dimostriamo disponibili ad accogliere la novità che è Cristo, come coloro che avevano ascoltato la predicazione di Giovanni e che, da essa preparati, si erano dimostrati pronti a riconosce in Gesù il volto di Dio: “Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero. E in quel luogo molti credettero in lui»”. (Gv. 10, 41-42).
     

    fr. Luciano Cinelli
    Convento S. Maria Novella, Firenze

  • Prima che Abramo fosse, Io Sono

    Gen 17, 3-9; Sal 104; Gv 8, 51-59

    Mentre ci avviciniamo sempre più alla Pasqua, oggi il Vangelo di Giovanni ci presenta la vera identità di Gesù: “Chi osserva le mie parole non vedrà mai la morte” (Gv 8, 51).

    La risposta dei giudei si trasforma in ingiuria e incredulità in quanto quelle parole furono dette a Mosè da Jahvè. Inaccettabile, blasfemo!

    Nella disputa, Abramo è il personaggio biblico continuamente portato in scena; ma mentre i giudei ne fanno uno strumento per le loro rivendicazioni nazionalistiche, Gesù ne illumina la figura mettendola in una prospettiva di universalità e di fede.
     

    Cristo, vero figlio della promessa, ha preso carne nella discendenza di Abramo e rigenerandoci nel sangue, ci ha fatti entrare nella discendenza di colui che, primo, ha creduto e si è vincolato a Dio con un’alleanza perenne in cui tutti sono inclusi, non solo il popolo eletto.
     

    Da ciò si comprende che Abramo non è mai stato un cerchio chiuso nella storia, ma uomo interamente posto al servizio delle generazioni future; ma questa sua funzione si spiega unicamente in rapporto alla missione del Cristo, vero terreno d’incontro tra l’uomo e Dio. Su questo terreno si realizza pienamente l’alleanza d’amore tra Dio e gli uomini.

    La necessaria conoscenza di Cristo permette di osservare la volontà di Dio per vivere in eterno.
     

    Fr. Maxim D’ Silva
    Convento S. Domenico, Perugia

  • Parola e libertà

    Dn 3,14-20.46-50.91-92.95; Cant. Dn 3,52-56; Gv 8,31-42

    Le narrazioni di queste ultime tre domeniche (l’incontro con la donna samaritana, con il nato cieco, con Lazzaro – “liberatelo e lasciatelo andare”) – lasciano ancora un’eco della constatazione fondamentale che ritorna anche nella liturgia della Parola di oggi: la Parola che è Gesù e le sue parole sono portatrici di liberazione e generano percorsi di libertà.

    Parole pronunciate e accompagnate da gesti che parlano di uno stile vissuto nello spazio del servizio agli altri. Esse non legano e non generano schiavitù. Oltre ad essere parole di apertura, quelle di Gesù orientano verso cammini che approdano nel profondo della vita delle donne e degli uomini che riscoprono le radici della propria libertà affrancata da blocchi politici, sociali, culturali, purtroppo finanche religiosi… Parole capaci di ricreare un tessuto di relazioni vissute e orientate verso la verità di se stessi.

    Ci si può interrogare allora sulle nostre parole pronunciate. Sono anch’esse orientate al servizio degli altri? Sono parole di apertura e capaci di restituire alle persone un respiro di liberazione? Sono le nostre parole segno di una libertà interiore? O quanto esse restano ancora segnate da sudditanza con teologie retoriche o inadeguate a generare reali percorsi di libertà? Le parole sono importanti…

    Mi permetto di indicare un suggerimento discografico ed uno bibliografico:
    Roberto Vecchioni, Il libraio di Selinunte e C. Duquoc, Gesù uomo libero, Queriniana 2007.
     

    fr. Massimiliano D’Alessandro
    Convento S. Domenico di Fiesole

  • Conoscerete che io sono

    Nm 21,4-9; Sal 101; Gv 8,21-30

    ‘Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo conoscerete che io sono’. C’è un movimento di innalzamento che percorre l’intero IV vangelo. L’innalzamento sulla croce segno della condanna. Ma questo innalzamento è letto come ‘esaltazione’: Gesù viene posto sul luogo più alto, e da lì inizierà un movimento di raduno: ‘Attirerò tutti a me’. Così il IV nel ‘segno’ della croce scorge l’unico segno a cui guardare, che parla di Dio. Nel volto del crocifisso si rivela il volto di Dio amore: ‘Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito, che sta nel seno del Padre, Egli ce lo ha raccontato’. Si compie un’esegesi. Lo ‘spessore’ della vita di Dio, il suo nome (Io sono) si manifesta nel volto del crocifisso.

    E’ il paradosso della croce : non la sostituzione di una spiritualità della gloria, dimenticando la croce stessa. Ma indicazione che proprio lì, nella vicenda di Gesù condotto a morte dal potere religioso e politico si rivela la gloria, il nome di Dio come amore, la sua ‘gloria’. In quel volto, che si è chinato a lavare i piedi ai discepoli, dicendo così il senso della sua vita, non altrove, sta la gloria di Dio e il senso della vita umana.

    Fr. Alessandro Cortesi,
    San Domenico di Pistoia

  • Chi di voi è senza peccato…

    Dn 13,1-9.15-17.19-30.33-62   Sal 22   Gv 8,1-11

    La storia della donna sorpresa in adulterio ha avuto una storia molto curiosa nella chiesa primitiva.  Alcuni pensano che, in origine, questa storia avrebbe potuto essere parte del Vangelo di Luca. Questo è perché riflette temi che sono cari a Luca, come ad esempio, la preoccupazione per i peccatori, le donne e la compassione di Gesù.

    Nell’episodio della donna sorpresa in adulterio vale la pena sottolineare e riflettere su due risposte di Gesù. In primo luogo quando si rivolge ai farisei dicendo: “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei”. Nel suo commento al Vangelo di S. Giovanni, S. Agostino scrive: “Il Signore, nella sua risposta, non è riuscito a rispettare la legge né partì dalla sua mitezza”. Con la sua risposta, Gesù obbliga gli accusatori a guardare in se stessi, per esaminarsi e in primo luogo vedere se anche loro sono peccatori. In secondo luogo, alla donna: “Neppure io ti condanno. Va’ e non peccare più”. Gesù non condanna nessuno: lui non condanna la donna, ma non condanna neppure gli scribi e i farisei, perché la porta della salvezza è aperta a tutti. Tutti vanno via, Gesù rimane da solo con la donna.”Misera et misericordia” commenta sant’Agostino. Come la donna,”tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio”(Rm 3,23). Come lei, tutti noi meritiamo la morte, “perchè il salario del peccato è la morte”(Rm 6,23), ma quando Gesù entra in scena, si trasforma la nostra morte in una nuova vita che Egli ci dona con le sue parole di assoluzione:”Neppure io ti condanno Va ‘e non peccare più”.Giovanni ci ricorda:”Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”(Gv.3,17). Mentre ci prepariamo per la Settimana Santa, ringraziamo Gesù per la sua misericordia e amore e cerchiamo di ascoltare il suo invito alla donna adultera : và e non peccare più”.

    fr. Cirillo Walder
    Convento S. Maria sopra Minerva, Roma

  • Gesù pianse

    Ez 37, 12-14 ; Sal 129 ; Rm 8, 8-11 ; Gv 11, 1-45

    Il vangelo odierno presenta due generi letterari: il racconto della risurrezione di Lazzaro è intercalato da una riflessione teologica. Seguiamo il racconto. “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. — Dove l’avete posto? — Vieni e vedi. Allora Gesù pianse. Scosso nuovamente da un fremito interiore, Gesù arriva al sepolcro.” Prima il rimprovero dell’amica Marta, poi la costatazione della morte dell’amico Lazzaro, “Vieni e vedi” la tomba, provocano in Gesù il pianto e una emozione che lo immobilizzano: Gesù ha dovuto lasciar soffrire l’amico, senza poterlo guarire, senza consolarlo, senza piangere con lui. Ora piange. Gesù, Lazzaro, Marta e Maria sono dei veri amici, vivono della loro amicizia reciproca. Tutti sanno che Gesù è un uomo eccezionale e avrebbe potuto guarire Lazzaro. Ma Gesù vuol far partecipi questi amici di qualcosa di più grande che la sua umanità. E ciò passa attraverso la sofferenza.

    “Levate la pietra. — Lazzaro, vieni fuori!” La voce dell’amico Gesù raggiunge il corpo morto di Lazzaro e il Verbo, la Parola fatta carne, ridà vita alla carne del suo amico. Gesù compie un miracolo più grande che la guarigione e rivela così di esser Dio, Signore della vita e della morte. E rivela che Dio è davvero l’amico dell’uomo, e che prova un amore viscerale per ciascuno. Questo amore, che sorge dalle viscere di Dio, come dice la Bibbia, è un amore che libera e ci fa camminare sulla nostra strada, incontro al prossimo sofferente, incontro a Dio: “Scioglietelo e lasciatelo andare.”
     

    fr. Adriano Oliva

  • Chiacchieroni su Dio, capi e farisei del poco servizio e tanto giudizio o soldati che rischiano per Dio?

    Ger 11,18-20   Sal 7   Gv 7,40-53
    Tre categorie di persone animano il Vangelo di oggi. C’è la gente che discute su Gesù sino a trovarsi in dissenso sulla sua identità. Ci sono poi i capi e i farisei, anche loro divisi di fronte a questo galileano scomodo. E ci sono i soldati, che dovrebbero arrestare Gesù e non obbediscono ai comandi. Vorrei chiamare la gente che discute sull’identità di Gesù i “chiacchieroni su Dio”. Passano il loro tempo a chiedersi se è un profeta, o se è il Cristo, da dove viene, da che stirpe etc. senza andare oltre. Somigliano a noi quando ci perdiamo in riflessioni su un dio astratto che ci fa dimenticare Dio che si fa uomo, che abita in me e nei miei fratelli che devo amare!

    I capi e i farisei sono invece quelli che dimenticano il perché della loro autorità. Sono quelli del “poco servizio e tanto giudizio”. Il popolo che devono servire diventa gente maledetta solo perché non si è trasformata secondo i loro progetti. Un po’ come noi, quando non sappiamo amare chi sfugge al nostro controllo e non si adegua all’idea che noi abbiamo deciso su loro. Tanto giudizio e poco servizio. Poi ci sono i soldati: i coraggiosi della storia di oggi. Loro dovrebbero obbedire e basta, senza margine di scelta. Invece no! Sentono qualcuno che mai ha parlato così e allora per lui rischiano di perdere tutto: lavoro, fiducia, autorità. Quell’uomo parla al cuore … e loro capiscono che vale la pena rischiare per Lui.

    fr. Gian Matteo Serra
    Convento Santa Maria sopra Minerva, Roma

  • I miei tempi e i tempi di Dio

    Il Vangelo ci offre uno scenario in cui Gesù deve sopportare l’odio degli ebrei, tanto da doversi anche spostare “di nascosto”. Eppure, vediamo che anche gli sforzi per arrestarlo non portavano a nulla semplicemente perché “la sua ora non era ancora venuta”. (Gv 7:30) Tali parole avrebbero un forte impatto soprattutto per chi considera il tempo come qualcosa che deve essere controllato, gestito con attenzione, in modo tale che si possa fare molto in un determinato tempo. Questo non è un male in sé stesso. In realtà, tanti studi considerano questa caratteristica come un ingrediente molto utile ad una carriera di successo. Tuttavia, quando quella caratteristica diventa un desiderio compulsivo di ottenere la certezza essa rende inefficiente la mente. Il voler controllare tutto nella vita diventa allora tristemente l’unica sicurezza, non lasciando più spazio all’azione di Dio che ama sorprendere facendo saltare proprio le nostre certezze. A volte, quando le cose non vanno per il verso giusto, sentiamo alcune persone che ci dicono che non è ancora il tempo, o che non doveva essere in quel momento. Può sembrare irritante quando é accolto al culmine della nostra frustrazione, ma ha invece senso quando é visto nel contesto di un Dio onnisciente e provvidente che nella sua bontà nutre gli “uccelli del cielo” (Mt 6:26), e “veste l’erba del campo” (Mt 06:30). Il Vangelo di oggi ci aiuta a capire che tutto ciò che accade è secondo il piano di Dio, e che la sicurezza della nostra fede non è di sapere esattamente che cosa succederà nella nostra vita, ma nella certezza che siamo sotto la cura di un Dio amorevole anche quando tutto e tutti sembrano sfuggire al nostro controllo.

    fr. Florentino Bolo
    Convento Santa Maria  sopra Minerva, Roma

  • Gesù risorto promuove e compie la storia

     Es 32, 7-14; Sal 105; Gv 5, 31-47

    “Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me.” (Gv 5, 46) Tutti i vangeli presentano questa particolare consapevolezza di Gesù: che la Prima Alleanza, che le Scritture, che Israele parli di lui, viva verso di lui, sia orientata verso di lui attraverso i secoli. “Abramo vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia” (Gv 8, 56). “Questo disse Isaia quando vide la sua gloria e parlò di lui.” (Gv 12, 41).

    Nei vangeli sinottici Gesù trasfigurato si intrattiene personalmente con le grandi figure dell’Antica Alleanza: “Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme.” (Lc 9, 30-31)

    Per gli autori del Nuovo Testamento Gesù porta a compimento tutto quanto le Scritture promettono. Secondo Luca Gesù risorto apre l’intelligenza delle Scritture, vale a dire i sensi della rivelazione di Dio nella storia grazie alla sua “onnipresenza” nelle Scritture: “Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».” (Lc 24, 44) Secondo Luca Gesù risorto è il senso profondo dei cinque primi libri di Mosè, vale a dire anche della Genesi che racconta la creazione del cosmo, dell’uomo.

    In quest’ottica Gesù risorto si presenta come compimento, come senso profondo di tutta la creazione e dello stesso “Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.” (Rm 5, 14). In Gesù risorto crocifisso possiamo contemplare e partecipare alla realizzazione definitiva delle potenzialità di tutta l’umanità, di ogni persona, del cosmo intero.

    Questa visione dinamica della storia in realizzazione crescente verso la sua condizione gloriosa pasquale svela Gesù risorto in contatto promovente e ispirante con ogni progresso di civiltà e di ecclesialità. Gesù risorto è il più competente, potente e vicino promotore di vite umane, di popoli interi, di civiltà secolari … della mia stessa persona.

    fr. Christian-M. Steiner
    Convento S. Domenico, Cagliari

  • Io non ti dimenticherò mai

    Is 49,8-15; Sal 144; Gv 5,17-30
    Credo che il messaggio del Vangelo di oggi, in cui si parla di giudizio del Figlio dell’uomo, vada letto insieme al messaggio della prima lettura (tratta dal profeta Isaia) dove risplende la fedeltà di Dio al suo amore per gli uomini. Quante volte anche noi pensiamo che Dio ci ha dimenticato, non lo “sentiamo” più… abbiamo ridotto la fede al “sentire” emozionale!
    La parola di Dio ci rassicura che Dio è come una madre che non si dimentica del suo bambino, anzi molto di più: “io non ti dimenticherò mai”.

    Noi spesso ci dimentichiamo di questo Dio, tuttavia la nostra speranza non si regge sulla nostra fedeltà vacillante ma unicamente sulla Sua. Fedeltà che non si stanca di richiamarci a conversione, a tornare a quel primo amore, fino a quando la morte non verrà a mettere un punto sulla nostra esistenza terrena.

    Alla fine ci sarà un giudizio e coloro che sono nei sepolcri sentiranno la voce del Figlio dell’uomo: “quanti fecero il bene, per una resurrezione di vita e quanti fecero il male, per una resurrezione di condanna”.  Resurrezione sì ma l’esito non è automaticamente il medesimo: rimane il mistero della possibile auto-esclusione dall’amore fedele del Padre.
     

    fr. Simone Bellomo
    Casa S. Maria del Rosario, Roma