Category: Predicazione

L’Ordine dei frati predicatori, fondato da S. Domenico, “fin dalle sue origini è noto esser stato istituito in modo specifico per la predicazione e la salvezza delle anime”. Perciò i nostri frati, secondo l’insegnamento del fondatore, “ovunque, come persone che desiderano procurare la propria e l’altrui salvezza, si comportino onestamente e religiosamente, da uomini evangelici che, seguendo le orme del loro Salvatore, parlano con Dio o di Dio al prossimo” (Prime Costituzioni dell’Ordine).

Infatti, partecipi della missione degli Apostoli, ne seguiamo anche la vita nella forma concepita da S. Domenico. Tutte le note caratteristiche della nostra vita (vita comune, osservanza dei consigli evangelici, liturgia in comune, studio, osservanza regolare) non solo contribuiscono alla gloria di Dio e alla nostra santificazione, ma servono anche direttamente alla salvezza degli uomini, in quanto tutte insieme ci preparano e stimolano alla predicazione, a cui danno, e dalla quale a loro volta ricevono, vigore di vita.

Da questi elementi saldamente connessi tra loro, è costituita la vita propria dell’Ordine, cioè la vita apostolica nel suo significato integrale, in cui la predicazione e l’insegnamento devono sgorgare dall’abbondanza della contemplazione.

(Cfr. Costituzione fondamentale, n. 2, 4)

  • Ti servo da tanti anni!

    Mi 7,14-15.18-20; Sal 102; Lc 15,1-3.11-32

    La parabola del “Padre misericordioso” ci mostra il cuore del Padre di fronte ai figli che si allontanano da lui. Ho detto “figli” al plurale perché non è solo il “prodigo” ad allontanarsi dalla casa paterna ma anche il figlio “maggiore”, che rimane fisicamente in casa ma lo fa con il cuore del servo che non comprende (e ama) veramente suo Padre.

    Certamente il figlio più piccolo ci mostra la presunzione del peccato: per lui il Padre è già morto, gli interessa solo “la parte che gli spetta”, i soldi, che gli serviranno per spassarsela fino ritrovarsi a contendere il cibo con i porci! Non c’è immagine più efficace di quanto il peccato ci disumanizza. Ma anche il figlio grande ha “ucciso” il padre nel suo cuore, perché non lo ha conosciuto veramente, lo vede solo come uno “spilorcio” che non gli vuole dare un misero capretto… Ha tutto, è l’erede di tutto e si comporta solo come un servo (“ti servo da tanti anni”).

    Di fronte a questi figli, tanto insipienti ma tanto amati, il Padre “esce” con il suo amore ricco di misericordia e quindi di pazienza. Lo fa per andare incontro e abbracciare il prodigo, lo fa ancora una volta per “supplicare” il maggiore di diventare finalmente figlio e quindi fratello.

    La parabola si conclude in modo aperto: sarà rientrato il figlio maggiore nella casa del Padre?
     

    fr. Simone Bellomo
    Casa S. Maria del Rosario in Prati, Roma

  • Su, uccidiamolo, e avremo noi la sua eredità!

    Gen 37,3-4.12-13.17-28   Sal 104   Mt 21,33-43.45

    “Su, uccidiamolo, e avremo noi la sua eredità”. Rileggiamolo ancora: “E avremo noi la sua eredità”.
    Da dove la cupidigia di questi uomini? Dal cuore. E checchè ne pensiamo anche dal nostro.
    Nella realtà dei fatti l’uomo, anche il più ricco, è povero. Forse per questo cerca sicurezza nel potere, nei soldi, nell’affermazione di sè.
    Quest’oggi la Chiesa, che è Madre nel nostro cammino di fede, ci parla tra le altre cose di quei contadini che bastonarono e uccisero tutti gli inviati del padrone della vigna.

    “Che uomini cattivi, meritano di essere puniti””. Siamo bravissimi a condannare il male: dei portenti! Ma quando poi si tratta di riprendere noi stessi, magari di correggere anche pian piano qualcosa di noi che riconosciamo cattiva, lì siamo più che indulgenti. Credo che Gesù ci direbbe con le lacrime agli occhi “Ipocriti…”.

    A volte crediamo che nessuno, in fin dei conti, verrà a sapere della nostra ipocrisia. Eppure Gesù ci mette costantemente in guardia da questo modo di essere (sì, perchè più che un modo di fare si tratta di un modo d’essere, di vivere). Come vorrei che il monito di oggi (v. 45) ci facesse tremare il cuore, ci mettesse in guardia: “Udite queste parole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro”.
    Ma perchè ci dovrebbe tremare il cuore? Perchè anche a noi potrebbe essere “tolto il regno di Dio” e dato “a un popolo che ne produca i frutti”. Non perdiamo l’occasione di riconoscere la verità di noi stessi. E una volta fatto, dall’altra parte non troveremo un giudice impietoso, ma un Padre misericordioso che ci accoglierà a braccia aperte, come con il figliol prodigo.

    “La verità vi renderà liberi”

    fr. Fabrizio Cambi
    studente nel convento di S. Maria sopra Minerva in Roma

  • La cenere sporca, il fuoco purifica

    Ger 17,5-10   Sal 1   Lc 16,19-31
     

    “C’era un uomo ricco”, ed ecco il ritratto: “indossava vestiti di porpora e di lino finissimo”. Oggi potremmo dire che vestiva alla moda e firmato da capo a piedi. E ogni giorno si dava a lauti banchetti – da cui emerge una grande fame interiore, che egli cerca di sopire con grandi abbuffate.

    Il ricco non ha nome: identificandosi con le cose non ha un volto ed è incapace di relazionarsi con gli altri. Il “ricco” è un personaggio rappresentativo dell’intera categoria di coloro che vivono pensando solo a se stessi e che conducono un’esistenza lussuosa, consacrata al dio consumo.

    Lo sfarzo della sua esistenza nasconde la miseria della sua vita.

    La Quaresima inizia con il gesto della cenere, ma termina con quello del fuoco nella notte pasquale. Il nostro cammino quaresimale è alla rovescia. Cenere all’inizio, fuoco alla fine. La cenere sporca, il fuoco purifica; la cenere parla di distruzione e morte, il fuoco è fonte di vita, di luce e di rigenerazione. Il lavorio interiore che dobbiamo fare, in questo tempo di Quaresima, è espresso dalla consegna che ci è stata affidata con l’imposizione delle ceneri: «Convertiti e credi al Vangelo». Il Vangelo di questo giorno ci offre un’indicazione preziosa per vivere questo cammino a ritroso e perciò come realizzare la conversione – il diventare fuoco: accorgersi degli altri, prendersi cura dei nostri fratelli, soprattutto dei più deboli e più bisognosi. Non soltanto durante la quaresima, ma sempre.
     

    fr. Vincenzo Caprara
    Casa S. Domenico di Fiesole

  • L’incarnazione di Gesù è una questione di coppia

    2Sam 7,4-5.12-14.16   Sal 88   Rm 4,13.16-18.22   Mt 1,16.18-21.24

    “Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù” (Mt 1, 20b-21). L’annunciazione a S. Giuseppe nel corso della storia del cristianesimo ha subìto una certa discriminazione a livello iconografico e a livello di consapevolezza teologica e di pietà popolare.

    I Vangeli dell’infanzia non la pensano così. In modo complementare Luca presenta il concepimento e la nascita di Gesù dal punto di vista di Maria e Matteo dal punto di vista di Giuseppe. Le due versioni dell’annunciazione di Gesù, una al femminile e l’altra al maschile, evidenziano che la collaborazione all’incarnazione non era solo ufficio della madre, ma di tutta la coppia. Per poter diventare uomo Dio si affida a Maria e a Giuseppe, come in principio ha affidato la sua immagine e il cosmo intero alla coppia, all’uomo e alla donna.

    Dio è fedele all’uomo e alla donna. Quasi in modo esagerato. Dopo essersi giocato il suo paradiso e il suo grandioso ordine nel cosmo per la colpa di una coppia – Adamo ed Eva – ritorna a bussare alla porta di una sposa e di uno sposo. Ora sarà più prudente, visto che la storia gli ha insegna che della coppia non conviene fidarsi troppo?

    Niente affatto. Anzi rincara la dose: questa volta alla coppia di Maria e di Giuseppe affida “un po’ di più” di quanto non ha affidato alla prima coppia umana, vale a dire se stesso.

    Fr. Christian-M. Steiner
    Casa S. Domenico di Cagliari

  • Quei pesanti fardelli

    Is 1,10.16-20   Sal 49   Mt 23,1-12:
     

    Gesù, nel brano di vangelo, nota che scribi e farisei legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente. Noi, oggi, probabilmente ci aspetteremmo che Gesù riprenda duramente questo loro modo di fare e che chiarisca, una volta per tutte, che i fardelli devono essere drasticamente ridotti. Non è possibile portare tutto quel peso! Gesù deve per forza ridurli quei fardelli e renderne più facile il trasporto, se vuole che si possano portare. E poi perché porli sulle spalle?
    In poche parole, da un lato ci aspetteremmo maggiore comprensione da parte del Signore verso quelli sui quali vengono posti questi fardelli e, dall’altro, maggiore severità verso coloro che sembrano confezionarli.

    E invece cosa dice Gesù?
    Gesù dice che bisogna praticare e osservare tutto ciò che dicono scribi e farisei; quindi sembra approvare la loro predicazione. Quello che a Gesù non piace di loro è soltanto il fatto che, quei fardelli, essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
    Pertanto, quello che Gesù vuole da noi non è, per usare un’altra sua immagine, la richiesta di un allargamento della porta o di un ampliamento della via che conduce alla vita (cf Mt 7,13-14), ma la richiesta di poter noi “rimpicciolirci” al punto da non avere difficoltà a passare là dove si potrà veramente essere esaltati. Infatti, chi si esalterà sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.
    La strada verso la gloria è quella del rinnegamento di se stessi e non quella della ricerca di essere ammirati dalla gente ed essere riconosciuti come superiori (maestri, padri, guide). Superiore, dice Gesù, è uno solo (…) e voi siete tutti fratelli.

     

    fr. Maurizio Pantoli
    Casa Santa Maria del Rosario in Prati, Rom

  • Un processo di cristificazione

    Dn 9, 4-10   Sal 78   Lc 6, 36-38

    Questi pochi versetti ci danno il cuore del messaggio evangelico: ci rivelano che Dio è Amore e Padre misericordioso. Gesù lo rende presente nella sua persona. La stessa cosa Egli esige dai noi, suoi discepoli.
    La vita cristiana è essenzialmente imitazione di Dio, del suo amore misericordioso, dell’infinita bontà e dell’inesauribile sua generosità. Il perdono che noi concediamo ai fratelli è frutto dell’amore di Dio che ci ha raggiunti, è segno della presenza in noi del perdono di Dio, è dono e partecipazione alla misericordia del Padre.

    “Siate misericordiosi com’è misericordioso il Padre vostro”.
    E’ una meta altissima, anzi divina, diremmo impossibile all’uomo; eppure, Gesù lo ha comandato.
    In realtà, questa è per noi una via di salvezza. Dice, infatti:
    “Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato”.

    Io sento che il mio cuore mi condanna, perché sono un peccatore; ma ho una strada di salvezza: quella d’esser misericordioso; quella di non giudicare, non condannare, anzi perdonare.
    Se io perdono tutto, tutto mi sarà perdonato; se non condanno, non sarò condannato; ciò facendo passo dalla morte alla vita, come afferma ancora Giovanni.
    Sono certo – Gesù me lo assicura – che sarà fatto altrettanto a me.
     

    fr. Ermanno Rossi
    Convento di S. Maria sopra Minerva di Roma

  • “Contemplari et contemplata aliis tradere”: un motto che si fa vita

    Letture: Gen 12, 1-4   Sal 32   2Tm 1,8-10   Mt 17,1-9

    Nel racconto della Trasfigurazione, che ci propone la liturgia in questa II domenica di Quaresima, fermiamoci un istante a considerare la proposta di S. Pietro: «È bene per noi stare qui; facciamo tre tende». Anche se il seguito del testo mostra che tale desiderio non ha avuto attuazione, vi è stato, nella Chiesa, chi ha voluto, per quanto possibile, realizzarlo: « i deserti si riempirono di uomini che facevano professione di vita solitaria, che praticavano la povertà di spirito, che rivaleggiavano negli esercizi spirituali e nella contemplazione di Dio », scrive, commentando il nostro testo, Guglielmo di San Teodorico (Epistula ad fratres de Monte Dei, § 12) e, per secoli, la vita monastica è stata generalmente considerata come lo stato di vita più perfetto. Però, in realtà, non è così.

    Infatti, se il dedicarsi alla contemplazione di Dio, nella misura in cui ciò è possibile su questa terra, manifesta senza dubbio un’ardente carità, vi è tuttavia un grado superiore di carità, come insegna S. Tommaso: «L’opera della vita attiva […] che deriva dalla pienezza della contemplazione, come l’insegnamento e la predicazione […] è da anteporre alla semplice contemplazione. Infatti, come è meglio illuminare che non semplicemente brillare, così è meglio comunicare agli altri ciò che si è contemplato che non contemplare soltanto» (IIa IIae, q. 188, a. 6, c.).

    Questo grado superiore della carità è quello che ha vissuto S. Domenico e che i suoi figli si sforzano di vivere, ma dovrebbe anche essere l’ideale di ogni cristiano che vive e opera nel mondo. Se veramente amiamo Dio, noi vogliamo conoscerlo sempre meglio; se veramente amiamo i nostri fratelli, noi vogliamo condividere con loro questa conoscenza che è il vero fine dell’uomo: «la vita eterna è che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3).
     

    fr. Daniel Ols, O.P.
    Convento S. Maria sopra Minerva, Roma

  • Pregare per l’amico dell’ultimo minuto

    Dt 26, 16-19; Sal 118; Mt 5, 43-48

    La liturgia della Parola di oggi si muove lungo un parallelo tra la stipulazione e i precetti della Prima Alleanza e l’Alleanza definitiva che risuona nel Vangelo: Gesù è il nuovo Mosè che dall’alto del monte proclama le condizioni definitive dell’appartenenza al Regno. Non si tratta di abolire la legge antica, ma di darle compimento (Mt 5,17), svelando le esigenze fin dal principio implicite in essa, laddove la si pratichi “con tutto il cuore e con tutta l’anima”, come già accennato nella I° Lettura. Ciò corrisponde allo spirito dell’itinerario quaresimale, in cui l’osservanza esteriore non basta, ma occorre rinnovarsi nella mente e nel cuore. Il precetto dell’amore dei nemici segna il punto di arrivo di questo cammino di conversione: esso indica infatti non solo il vertice dell’amore teologale verso il prossimo (“siate perfetti”), ma anche ciò che caratterizza in maniera più inconfondibile il discepolo di Gesù nella comunità degli uomini (”non fanno così anche i pubblicani?”… “non fanno così anche i pagani?”).

    Dovunque si viva in maniera autentica questa dimensione si ha la possibilità di fare esperienza di qualcosa che tocca il nucleo stesso e l’essenza del messaggio evangelico. Lo testimonia in tempi recenti la vicenda dei sette monaci uccisi a Tibhirine in Algeria, nel 1996, il cui priore fr. Christian de Chergé, aveva perdonato e pregato in anticipo per “l’amico dell’ultimo minuto”, che senza sapere ciò che faceva, gli avrebbe tolto la vita. È in fondo quella logica del “perdersi per ritrovarsi” (Mt 10,39) lungo la quale Gesù invita ciascuno di noi, come discepolo, a seguirlo.

    fr. Daniele Aucone
    Convento san Domenico di Pistoia

  • Oggi deponi le armi

    Ez.18,21-28; Salmo 129; Mt.5,20-26

    Il profeta Ezechiele, piaccia o meno, ha ragione dicendoci che la nostra condotta non è retta agli occhi di Dio. La Quaresima è il tempo propizio per prendere coscienza sulla prevalenza e la potenza corruttiva del peccato nella nostra natura umana. Infatti, il racconto cristiano dell’azione decisiva di Dio a nostro favore nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo ha senso solo se siamo convinti dell’esistenza del peccato e i suoi effetti distruttivi in noi. Il peccato non è qualcosa che misteriosamente capita di tanto in tanto a noi ma piuttosto una cosa che facciamo. Esso è, invece, una posizione di resistenza che più o meno consapevolmente e liberamente assumiamo contro Dio.

    L’Umanità peccatrice è simile ad una banda di rivoltosi che devono arrendersi e deporre le armi e accettare le condizioni dettate da Dio stesso per essere perdonati e reintegrati nella Sua amicizia. Non basta una piccola modifica qua e là nel nostro impianto morale. Si tratta di disimparare ogni giorno tutta la presunzione e auto-compiacenza che si è infiltrata nel nostro DNA nel corso dei secoli. Ecco cosa significa pentirsi! Ma, pentirsi è difficile e dato il fatto innegabile che siamo dei ribelli incalliti, il pentirsi non è più un’opzione fattibile per noi senza un aiuto speciale. E, allora, il Figlio unigenito del Padre con la Sua vita, morte e risurrezione ha compiuto il pentimento amoroso e necessario a nostro favore, e ha realizzato per noi, stranamente, ma nel modo giusto ora, l’antico suggerimento diabolico: “Voi sarete come Dio.” Non ci resta altro che contemplare e ringraziare la Divina ironia nei nostri confronti.

    Fr. Alfred White,
    Convento san Domenico di Siena

  • Ed il cielo l’ascoltò

    Est 4,17k-u – Sal 137 – Mt 7,7-12

    La prima lettura di oggi ci porta in un mondo antico, lontano, e ci narra della prostrazione del popolo d’Israele alle angherie ed alla volubilità dei governanti, essi oramai avevano appeso le cetre e non riuscivano a cantare i canti di Sion in terra straniera (Sal 136). Erano oramai disperati, il mondo con tutta la sua bruttezza vi si voleva scagliare contro ma dalla prostrazione umana una voce si levò al cielo ed il cielo l’ascoltò e la esaudì.

    Le parole colle quali la regina Ester si rivolge al Signore dei Padri nostri sono commoventi, leggendole un brivido ci scuote e ci immedesimiamo nella sua angoscia, angoscia che è anche la nostra. Infatti ognuno di noi nella sua vita avrà provato questo stato, questo sentirsi disperati e privi della mano del Signore.

    Egli tuttavia in molti modi ci vuole ricordare che non siamo abbandonati ad un destino angoscioso, Egli sempre ci ascolta, tende la sua mano per risollevarci dalle tenebre e dall’ombra di morte (Sal 87), e le parole del Vangelo ci indicano il metodo attraverso il quale possiamo essere liberati, infatti chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto (Mt 7,8).

    Il tutto sta in un atto di umiltà, nel prostrarsi non davanti agli uomini ma al Signore dei Signori e chiedere, ed Egli che è Padre ci accoglierà fra le sue braccia ed il Suo Amore ci salverà.

    fr. Manuel Russo
     studente Convento Patriarcale di S. Domenico in Bologna