Category: Predicazione

L’Ordine dei frati predicatori, fondato da S. Domenico, “fin dalle sue origini è noto esser stato istituito in modo specifico per la predicazione e la salvezza delle anime”. Perciò i nostri frati, secondo l’insegnamento del fondatore, “ovunque, come persone che desiderano procurare la propria e l’altrui salvezza, si comportino onestamente e religiosamente, da uomini evangelici che, seguendo le orme del loro Salvatore, parlano con Dio o di Dio al prossimo” (Prime Costituzioni dell’Ordine).

Infatti, partecipi della missione degli Apostoli, ne seguiamo anche la vita nella forma concepita da S. Domenico. Tutte le note caratteristiche della nostra vita (vita comune, osservanza dei consigli evangelici, liturgia in comune, studio, osservanza regolare) non solo contribuiscono alla gloria di Dio e alla nostra santificazione, ma servono anche direttamente alla salvezza degli uomini, in quanto tutte insieme ci preparano e stimolano alla predicazione, a cui danno, e dalla quale a loro volta ricevono, vigore di vita.

Da questi elementi saldamente connessi tra loro, è costituita la vita propria dell’Ordine, cioè la vita apostolica nel suo significato integrale, in cui la predicazione e l’insegnamento devono sgorgare dall’abbondanza della contemplazione.

(Cfr. Costituzione fondamentale, n. 2, 4)

  • L’ospedale dell’anima

    Ez 47, 1 – 9.12; Sal 45; Gv 5, 1 – 16

    La narrazione evangelica giovannea oggi ci introduce in un ambiente impregnato di sofferenza. Troviamo infatti zoppi, infermi, ciechi e invalidi. È un ambiente oggi, che mi fa venire in mente una corsia di un ospedale. Ma a Betseda c’è anche un infermo da trentotto anni – dunque indigente da quasi una intera vita – che nessuno aiuta. È Gesù a farsi avanti e a offrire il suo aiuto. L’infermo risponde quel si disperato inconsapevolmente.

    Gesù lo risana, poi, successivamente gli raccomanda di non peccare più. Qual è il legame fra peccato e malattia? Il peccato è una malattia dell’anima, mentre l’infermità è un ammalarsi del corpo. Ma ammalarsi nell’anima significa mancare del Bene Supremo che è Dio. Gesù dunque nei confronti dell’infermo dona la Salus di Dio, che possiamo tradurre con salute e salvezza allo stesso tempo.

    Ogni guarigione vera conduce ad una salvezza in cui il Medico è Gesù che agisce nei suoi sacerdoti anche oggi. Dunque l’Ospedale dell’anima è il confessionale dove il confessore ha il grande potere di risanare e ridonare una nuova vita in Dio. Il sacramento della guarigione che otteniamo nella confessione è la prima salute che dovremmo cercare, non perché la salute corporea sia da trascurare, ma perché è l’anima salvata e risanata che può testimoniare la Presenza dell’Amore di Dio con la sua vita e dare speranza al mondo.

    Gesù dolce, Gesù amore,

    fr. Gabriele Giordano M. Scardocci
    studente nel Convento patriarcale di San Domenico, Bologna

  • Credi e tu stesso diventerai un segno

    Is 65,17-21   Sal 29   Gv 4,43-54

    Oggi nelle letture bibliche delle messe feriali della Quaresima avviene una svolta. Sino a ora i testi sono stati scelti per farci riflettere su alcuni aspetti della vita cristiana come sequela fedele di Gesù, come attuazione della sua parola, come impegno battesimale. L’attenzione era prevalentemente su di noi, per valutare la nostra corrispondenza alle proposte della parola di Dio e la nostra conformità a Cristo crocifisso e risorto.
    Con la lettura del Vangelo di Giovanni, che ci accompagna nelle rimanenti settimane, il nostro sguardo è rivolto allo stesso Gesù, per conoscerlo nei gesti e nei pensieri con i quali egli va verso la sua Pasqua e per seguirlo con riconoscente amore. Se fino a oggi le letture ci impegnavano maggiormente sul piano ascetico, da ora esse vogliono suscitare in noi uno sguardo contemplativo sul Signore.

    Nel brano odierno Gesù compie un nuovo “segno” a Cana, accogliendo la richiesta di un funzionario, “un ministro” del re Erode Antipa. Il rimprovero iniziale di Gesù è rivolto anche a noi. Quanti cristiani limitano la propria fede a una richiesta di prodigi! “Credo, Signore, nella misura in cui tu ascolti la mia preghiera, risolvi i miei problemi, fai i miracoli che ti chiedo…” Tutto il racconto tende a mettere in evidenza qual è l’unica fede che merita di essere chiamata tale: quella che si fonda sulla parola di Gesù e arriva fino all’accettazione della sua persona. In questo brano Gesù ci dice: “Credi e tu stesso diventerai un segno che gli altri possono vedere”.
     

    fr. Vincenzo Caprara
    Convento san Domenico di Fiesole

  • Una spiritualità degli occhi aperti

    1 Sam 16,1-13; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

    Un cieco dalla nascita che recupera la vista. Un dono di luce dall’esterno, ma anche una restituzione al poter vedere come luce interiore, nascosta sino a quel momento. Il cieco nato racchiude un percorso di umanità: il suo profilo si confonde con quello di ogni donna e uomo. Il suo sguardo rinato si contrappone paradossalmente a chi pretende di vedere ma non sa riconoscere la propria cecità. E’ l’incomprensione di chi, ricco di potere e sapere, anche religioso, non sa aprirsi al dono come solo lo sguardo dei poveri sa fare? La sua gioia di cieco accompagnato ad accogliere luce si contrappone all’arroganza di chi ha occhi chiusi e non si lascia smuovere e illuminare.

    L’incontro con Gesù per lui apre alla luce. E’ luce di consapevolezza di sé, di apertura al futuro, luce che fa sperare per tutti. Da questa scoperta ha inizio un cammino nuovo. Una spiritualità degli occhi aperti è spinta a rintracciare ogni luce e a darvi spazio nel profondo delle cose, nelle vicende della vita, nelle esistenze degli altri, per scoprirvi lì dentro, non fuori, la luce che illumina ogni uomo e donna che viene nel mondo.

    fr. Alessandro Cortesi
    Convento San Domenico di Pistoia

  • Taci, Signore, perchè il tuo servo ti racconta

    Os 5:15-6:06 ; Sal 50; Lc 18,9-14

    Che cos’è la preghiera ? È preghiera ‘dire qualcosa’ a Dio come un monologo ? Non è la preghiera invocare la misericordia di Dio ? La preghiera significa cose le diverse per persone diverse: Per chi è felice, la preghiera è lodare Dio, per chi è triste, la preghiera è ricercare la consolazione in Dio, per chi è nel bisogno, la preghiera è chiedere a Dio, per qualcuno che ha ricevuto qualcosa, la preghiera è ringraziare Dio, etc. Ma, in tutto questo, una cosa è comune:essere onesto davanti a Dio e riconoscere che ogni bene viene da Lui e non da noi stessi.

    Nel Vangelo di oggi, Gesù racconta la storia di due uomini che pregano nel tempio – quello andato davanti per dire a Dio quanto fosse bravo, pensando che la sua bontà e la sua giustizia fossero di propria creazione, e l’altro rimasto indietro chiedendo a Dio misericordia, riconoscendo che era un peccatore. La preghiera del fariseo era diretta a Dio, ma era auto-centrata. Ha ringraziato Dio che non era come il pubblicano, un peccatore. Il pubblicano, invece, si prostra davanti a Dio . Egli prega umilmente: “Dio, abbi pietà di me peccatore”. La preghiera del pubblicano è quella dell’umile: E’ simile a quella dei lebbrosi e del cieco (Lc 17,13; 18,38); è la preghiera che purifica e illumina. E’ una supplica con due poli: la misericordia di Dio e la miseria dell’uomo. Egli non proietta alcun merito, ma semplicemente implora Dio per misericordia. Alla fine, il Pubblicano, e non il Fariseo, va a casa sua giustificato. Ha ricevuto il favore di Dio, perché nella sua umiltà credeva che Dio può avere pietà di lui e perdonare i suoi peccati.

    Il messaggio messo oggi davanti a noi è che nessuna azione umana puo meritare il perdono misericordioso di Dio. Lo Spirito dona perdono agli umili. Dobbiamo, quindi, chiederci – Che ruolo di solito prendiamo: il Fariseo ipocrita, che enumera le sue virtù e disprezza il peccatore, o il Pubblicano pentito, che si batte il petto, pregando: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”(Lc18:13)? Il periodo di Quaresima ci invita ad avere un umile atteggiamento di fronte a Dio perché egli umilia i superbi ed esalta gli umili.

    fr. Cirillo Walder
    Convento S. Maria sopra Minerva, Roma

  • Ascoltare: ciò che precede l’amore

    Os 14,2 – 10, Sal 80; Mc 12,28b – 34
     

    Gesù viene interrogato da un dottore della Legge. Il Signore sfrutta l’occasione per dare un senso profondo al comandamento fondamentale che i farisei stessi vivevano in maniera assolutamente superficiale. Il primo comandamento o appunto il fondamentale, dice Gesù, è “Amerai il Signore Dio tuo” e “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.  Ma a dire il vero, il Signore ribadisce l’azione fondamentale che precede l’amare: l’ascoltare.

    Ascoltare, nell’originale άκουε, Amare, αγαπήσεις.

    In Dio non si può amare senza ascoltare, e viceversa ascoltare senza poi amare. Ascoltare, sinonimo di prendere insieme, implica un comprendere tutto insieme l’insegnamento di Gesù Cristo.

    La Verità tutta intera infatti si è incarnata con Lui.

    Verità dogmatiche e morali dunque sono connesse le une alle altre: scinderle significherebbe, oltre che tradire Gesù, far perdere loro di senso. Analogamente, il credo professato durante la messa va vissuto con amore nella vita quotidiana, nonostante le tentazioni e le cadute derivanti dal peccato.

    Gli ascoltatori di Gesù seppero davvero ascoltare e vivere in pienezza il messaggio evangelico.

    Essere in pienezza con Gesù sfocia in una testimonianza quotidiana, farsi cioè dono all’altro sofferente: il dono non risiede nel dono della singola opera caritatevole, certamente buona, ma nel far sentire in quell’opera la Presenza stessa di Gesù. La vicinanza del Regno di Dio con cui si chiude il brano consiste in questo: il regno che non è una monarchia terrena, ma Gesù stesso. Gesù dolce, Gesù amore,

    fr. Gabriele Giordano M. Scardocci
     studente nel Convento Patriarcale di S. Domenico, Bologna

  • Dio che soffre con noi

    Ger 7,23-28 Sal 94 Lc 11,14-23

    Gesù appare come colui che combatte il male ovunque esso si trovi. Pur liberando l’uomo dalle malattie e dai demoni, però, egli non è un semplice guaritore. La sua missione è ben più alta: salvare tutti.

    Il brano evangelico di oggi ci pone di fronte al problema del male, della sofferenza, della malattia. Quelli che trovano difficile o impossibile credere in Dio obiettano: Come può Dio amare davvero il mondo, se permette tante terribili sofferenze? Se Dio ci ama veramente, perché non elimina dal mondo guerre, povertà, fame, malattie, persecuzioni, torture e ogni male che ci affligge? Se Dio si interessa personalmente di me, perché sto così male? Perché mi sento sempre così solo? Perché non riesco a trovare lavoro? Perché la mia vita è così inutile?

    Dio ci ha liberati non eliminando la sofferenza, ma condividendola con noi. Gesù è «Dio che soffre con noi». Egli ci ha lasciato un segno, il segno della croce: segno di sofferenza e di morte, ma anche di risurrezione. Nella croce di Cristo troviamo la garanzia più evidente che Dio ci ama infinitamente e che non ci abbandonerà mai.

    Gesù è nostro compagno nella sofferenza. Se siamo poveri, sappiamo che è stato povero anche lui; se abbiamo paura, sappiamo che ha avuto paura anche lui; se veniamo percossi, sappiamo che è stato percosso anche lui; se veniamo uccisi, sappiamo che anche lui ha subito la stessa sorte. La sofferenza dei giusti non è vana: essi hanno il privilegio di essere associati all’opera redentrice di Cristo e di regnare con lui nella gloria. Quanto più acuto è il nostro dolore, tanto più egli ci stringe a sé.

    fr. Manolo Puppini
    Casa Santa Maria del Rosario, Roma

  • Discernere ciò che è essenziale da ciò che è complementare

    Dt 4, 1.5-19; Sal 147; Mt 5, 17-19

    La liturgia di oggi propone ancora una volta un accostamento tra una pagina del Deuteronomio e un passaggio del Discorso della Montagna di Gesù: al primo dei discorsi di Mosè a commento della Legge antica fa riscontro il primo dei cinque discorsi di Gesù riportati da Matteo.

    Gesù non è venuto “per abolire, ma per dare compimento” alla Legge, per svelarne le esigenze più profonde e radicali, per richiedere un’adesione profonda, non esteriore, che parta dalla mente e dal cuore. Nel rinviare alla centralità e alla radicalità del Decalogo, Gesù relativizza tuttavia l’importanza dei precetti della legislazione secondaria (613, secondo la tradizione rabbinica) che svolgevano una funzione di complemento e di dettaglio rispetto alle “dieci parole” consegnate a Mosè.

    Per noi un invito a saper discernere sempre in ogni ordinamento ciò che è essenziale da ciò che è complementare, ciò che è costitutivo e intangibile da ciò che è secondario e mutevole. Una “fedeltà creativa” necessaria anche per accogliere l’invito a quell’improrogabile rinnovamento ecclesiale cui ci ha richiamato papa Francesco nella recente Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (n.27). È quella “santità geniale, nuova, senza precedenti”, cui accennava Simone Weil in una lettera indirizzata a p. Perrin del 1942, indicandola come “la prima richiesta da farsi adesso, da farsi ogni giorno e in ogni ora, come un bambino affamato chiede incessantemente un po’ di pane”.

    Chiediamola anche noi al Signore durante questo nostro cammino quaresimale.

    fr. Daniele Aucone
    Convento san Domenico, Pistoia

  • Come Gesù, incarnarsi nella storia

    Is 7,10-14; 8,10   Sal 39   Eb 10,4-10   Lc 1,26-38

    L’incarnazione del Verbo di Dio ci ricorda che da quel momento in poi tutta la storia umana è un’incarnazione, nel senso che ogni cristiano in quanto battezzato è chiamato a “incarnarsi” nella storia, a “sporcarsi” le mani con la quotidianità, affinché il Vangelo fecondi i meandri più nascosti dell’umanità. Da qui ne deriva che il cristianesimo avulso dalla logica del “servizio” non può più dirsi tale, non può più dirsi autenticamente se stesso. L’incarnazione è l’inizio della collaborazione responsabile di Cristo e della Vergine Maria al piano salvifico di Dio e, conseguentemente, in Cristo e in Maria ciascuno di noi è chiamato a dare il proprio “fiat” al disegno di Dio, collaborando alla redenzione, una collaborazione che deve essere “cosciente” e “responsabile” perché Dio non ci salva senza di noi.

    La solennità dell’Annunciazione-Incarnazione è davvero la festa della perfetta unione del divino con l’umano, senza alterazione e senza diminuzione delle due nature: “Come Dio non è alterato dalla sua misericordia, così l’uomo non è annientato dalla sua nuova dignità”. Facciamo nostra questa “dignità” in maniera responsabile, mettendola al servizio del prossimo, soprattutto dei più lontani, dei più diseredati, degli esclusi, avendo come nostro unico Maestro il Cristo, Verbo incarnato: “O Maria, dolcissimo amore mio, in te è scritto el Verbo dal quale noi aviamo la dottrina della vita; tu se’ la tavola che ci porgi quella dottrina” (S. Caterina da Siena, Oratio XI)

    fr. Luciano Cinelli
    Convento di S. Maria Novella, Firenze

  • Lavati nel Giordano!

    2Re 5,1-15a   Sal 41 e 42   Lc 4,24-30

    Che cosa dobbiamo fare per essere purificati? Come possiamo essere guariti dalle nostre malattie spirituali? Spesso e giustamente queste domande vengono nelle nostre menti, specialmente durante la Quaresima, tempo propizio per essere purificati e guariti. Purtroppo, però, come Naaman nella prima lettura, pretendiamo da Dio una risposta spettacolare ed immediata ai nostri bisogni; pretendiamo un cambiamento drastico e visibile nel nostro carattere e nella nostra vita. Manchiamo, come lui, di umiltà. Doveva solo bagnarsi per pochi minuti sette volte nel fiume Giordano. Si trattava di una cosa talmente semplice da risultare offensiva.

        Ma, lavarsi nel Giordano (un fiume che ha un aspetto fisico davvero poco attraente), può rappresentare quelle verità ovvie che devono guidare la nostra condotta quotidiana, cioè i comandamenti di Dio e il numero sette significa la completezza o totalità. Lavarsi nel Giordano significa decidere definitivamente di seguire quei comandamenti. Significa evitare i peccati perché ostacolano l’amore di Dio per noi e rendono la nostra vita letteralmente infernale. E, Naaman il lebbroso (il cui nome significa “gradevole”!) si accorge del cambiamento. La sua pelle diventa come quella di un ragazzo pulito. Quest’immagine risveglia in noi una visione di innocenza e troviamo la speranza di diventare innocenti di nuovo, non con un’innocenza di ignoranza, ma con un’innocenza di sapienza, appunto, gradevole.

    fr. Alfred White,
    Convento San Domenico di Siena

  • La Samaritana

    Es 17,3-7   Sal 94   Rm 5,1-2.5-8   Gv 4,5-42

    Gli antefatti sono noti: Gesù e i Discepoli andando a Gerusalemme, passano per la Samaria. Gesù ha fame e, giunti al pozzo di Sicar, mentre i Discepoli entrano in Samaria a comprare provviste, Gesù resta solo al pozzo. A questo punto arriva la donna samaritana ad attingere acqua e inizia il dialogo. Un dialogo speciale nel quale, secondo lo stile di Giovanni, vari piani s’intersecano e si sovrappongono tra loro, piani tutti volti ad entrare nella vita degli interlocutori, fino ai loro reconditi più profondi, più intimi.

    L’acqua che gorgoglia passando dal secchio alla brocca, stimola la sete di Gesù che fa la sua richiesta: “Dammi da bere”. Le difese ideologico-religiose-morali si trasformano in un dialogo dove si costruiscono scelte di vita. “… se tu conoscessi il dono di Dio… ti darei acqua viva… Il pozzo è profondo… non hai secchio…” fino a lasciare la brocca al pozzo e correre a portare l’annuncio dell’incontro: urgenza dell’evangelizzazione! “… il Messia… sono io che parlo con te… ho incontrato un uomo… molti credettero…”

    E i Discepoli? “…si meravigliarono che parlasse con una donna… Rabbì, mangia… Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”.

    Celebriamo l’Eucaristia. Siamo tutti al pozzo di Giacobbe, Gesù è presente, si rivela a noi, ci parla… ci sazia con il cibo di vita. La città ci aspetta, aspetta che noi annunciamo che abbiamo incontrato il Messia, che la nostra vita è cambiata.

    fr. Alberto Fazzini
    Casa S. Domenico di Cagliari